Il mistero della guerra siriana. Alcune domande da farsi

Politica

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La guerra civile siriana è un mistero che dura da oltre sette anni, che ha causato mezzo milione di morti, costretto quasi otto milioni di persone a lasciare le loro case (cinque delle quali sono fuggite all’estero), reso instabile tutta l’area mediorientale.

Un disastro umanitario di cui abbiamo avuto notizia a intermittenza, con ampie coperture giornalistiche durate qualche settimana alternate a mesi di completo silenzio.

E adesso, di nuovo, i leader del mondo occidentale si sono ricordati della guerra e di nuovo promettono bombardamenti contro Assad perché “ci sono le prove” (lo dice il presidente Macron senza degnarsai di specificare altro) che l’otto aprile l’esercito siriano ha usato armi chimiche che avrebbero causato la morte di cento persone a Douma. Anche ammettendo che ciò sia vero non si capisce perché questo ennesimo attacco dovrebbe cambiare le carte in tavola.

Un attacco con armi chimiche venne lanciato già nell’agosto del 2013 a Ghuta, e in quel caso i morti furono 1300. L’allora inquilino della Casa Bianca Barack Obama, che pure aveva promesso un intervento militare in caso si fosse superata la “linea rossa” dell’utilizzo di armi non convenzionali, decise di lasciare a casa l’esercito deludendo Hollande che era già pronto a seguire le orme del suo predecessore Sarkozy in Libia. E poi nel 2014 a Homs e nel 2016 a Daraya e Aleppo, tutte città controllate dai non meglio identificati ribelli antigovernativi, l’esercito siriano ha distrutto scuole e ospedali uccidendo centinaia di civili. L’esercito siriano uccide ribelli e civili ogni giorno, ormai da sette anni. E anche in quei casi i capi di governo occidentali non hanno fatto altro che protestare e poi fingere di non poter fare nulla.

Viene quindi da farsi qualche domanda ora che all’improvviso Trump, Macron e con qualche incertezza pure Theresa May hanno deciso di considerare seriamente l’intervento militare. Qualunque siano le loro ragioni, non sono quei cento morti ad averli convinti, non più degli oltre 499mila che li hanno preceduti.

Il problema è che è difficilissimo capire cosa si sta succedendo in Siria. Mancando eserciti e giornalisti occidentali sul posto fin dall’inizio i mass media si sono affidati a video messi in circolazione in rete da tutte le parti in conflitto, che facevano poi a gara a dichiarare false le immagini postate dal gruppo rivale. L’unica cosa certa è che in Siria la gente muore, e che buona parte del paese è ormai un cumulo di macerie.

Sembra che gli Stati Uniti non vogliano vedere Assad riprendere il controllo del territorio, ma negli ultimi otto anni non hanno fatto nulla per far cadere il suo regime. Con questa tattica – indebolire il dittatore con interventi non risolutivi come il bombardamento dell’aprile 2017 senza però costringerlo alla resa – l’unico risultato ottenuto è stato l’aver fatto proseguire il conflitto per un tempo indefinito. Forse a Washington sperano di logorare l’avversario e convincere infine Putin, grande sponsor del leader siriano, a scaricarlo, ma il presidente russo non sembra avere alcuna intenzione di mollare il suo protetto. Resta poi da capire chi si accollerebbe la responsabilità della ricostruzione di un Paese distrutto, lacerato da divisioni religiose e politiche e privo di qualunque legame nazionale.

L’ennesima campagna di bombardamenti non farà perdere il potere ad Assad – la Russia non lo permetterebbe – ma farà perdere la vita ad altri siriani. Qualunque siano le reali intenzioni di USA, Francia e Regno Unito sulla Siria, non sarà con le bombe che risolveranno il rebus siriano.

di Alfonso Francia

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