Offrire poco, ottenere molto: la strategia per la pace secondo Kim Jong-un

In Rilievo

di Alfonso francia

Coree. Nell’era dell’ONU, di Wikileaks e dei governi trasparenti la vecchia diplomazia bilaterale è vista come fumo negli occhi, ma per ora è l’unica che funziona. Poco più di una settimana dopo la segretissima visita del non ancora Segretario di Stato americano Mike Pompeo, il leader nordcoreano Kim Jong-Un ha annunciato lo stop ai testi atomici. Non solo, ha anche assicurato che il programma di sviluppo nucleare è da considerarsi
concluso.

Difficilmente sapremo cosa l’emissario di Donald Trump ha promesso al giovane dittatore, ma di sicuro una
chiacchierata riservata ha avuto più effetto di mesi di discussioni pubbliche a colpi di tweet e summit tra
USA, Cina Corea del Nord e la solita evanescente Unione Europea. È probabile che Jong-Un abbia deciso di
barattare un atteggiamento meno aggressivo in cambio di un rilassamento delle sanzioni economiche
imposte dagli USA lo scorso anno, capaci di indebolire di molto una crescita economica che nel 2016 era
stata straordinaria per gli standard nordcoreani (+3,9%, il risultato migliore dal 1999).
Sbaglierebbe chi dovesse pensare però a una capitolazione del regime: Kim ha specificato che la fine dei
test è dovuta al fatto che la capacità atomica – e quindi il potere di deterrenza – è ormai raggiunta e non
occorre fare altri test. Inoltre la dichiarazione parla della fine dei test intercontinentali, non di quelli a breve e lunga gittata, sufficienti a raggiungere Corea del Sud e Giappone. Non è un caso che Tokyo abbia accolto la dichiarazione di Pyongyang con scetticismo.

In cambio quindi di una concessione per ora poco più che simbolica la Corea del Nord si trova quindi ad
affrontare il summit con Seoul previsto per venerdì sotto i migliori auspici. Ma più che al summit di questa
settimana Kim punta a ottenere un accordo conveniente da quello, ancora ammantato di assoluto riserbo,
previsto per giugno col presidente Trump. Secondo il Washington Post sarà il momento in cui i due
contendenti giocheranno a carte scoperte: il presidente USA potrebbe offrire una revoca totale delle
sanzioni in cambio dello smantellamento del programma nucleare, mentre Kim cercherà di ottenere la fine
del blocco commerciale mantenendo un presidio nucleare a scopo di difesa. L’arma atomica è considerata
dai vertici militari nordcoreani un asset irrinunciabile nella loro condizione, soprattutto ora che il sostegno
cinese al regime pare, se non vacillare, essere almeno diventato oggetto di discussione a Pechino.

Comunque si concludano i due incontri, l’attuale leader nordcoreano ha dimostrato di saper influenzare assai meglio del padre e del nonno l’opinione pubblica mondiale. Nonostante appena sette mesi fa abbia
minacciato il mondo con un test nucleare da 100 chilotoni (cinque volte la bomba sganciata su Nagasaki)
che ha causato un terremoto avvertito persino in Russia, Kim è riuscito ora a presentarsi come il leader
disposto a riconciliarsi con i fratelli del Sud e a fare concessioni agli americani in cambio della pace. Avendo
agitato per primo il ramoscello d’ulivo, Kim può stare sicuro che l’eventuale mancato raggiungimento degli
accordi verrà visto dall’opinione pubblica mondiale più come un fallimento di Trump che del suo
interlocutore

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