Dopo Siria e Iran, il Kurdistan iracheno. La Russia continua a espandersi

Esteri Politica

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Ricordate il 2003, quando gli Stati Uniti vennero accusati di aver rovesciato il regime di Saddam Hussein solo per accaparrarsi il petrolio iracheno? A 14 anni di distanza sembra che a godersi il controllo dell’oro nero sia invece la Russia.

È notizia di pochi giorni fa che la regione autonoma del Kurdistan iracheno – dove si trova oltre un terzo delle riserve presenti nel Paese – ha stipulato un accordo grazie al quale la totalità dell’export di petrolio verrà gestita dal gigante russo dell’energia Rosneft. A nulla sono servite le proteste del governo centrale di Baghdad, che ha dichiarato nulla la stipula di qualunque accordo di politica estera da parte di un ente regionale: con una lettera inviata al Ministero del petrolio il capo di Rosneft Igor Sechin ha accusato gli iracheni di aver ignorate le offerte di migliorare la produzione dei giacimenti nel Sud del paese, “costringendo” i russi a trovare un accordo con i curdi del Nord, che si sono dimostrati “più interessati a sviluppare una cooperazione strategica”.

La mossa di Mosca non è ovviamente solo economica. Mentre Sechin stringeva l’accordo, il Cremlino appoggiava la decisione del governo autonomo curdo di tenere un referendum sull’indipendenza della regione, che si è tenuto il 25 settembre col 95 per cento della popolazione che si è espressa a favore della secessione. La consultazione è stata però bollata come illegittima dalle maggiori potenze occidentali, USA e UE in testa. L’esercito iracheno ha reagito duramente, inviando le truppe e togliendo ai curdi il controllo della città di Kirkuk, appena liberata dall’occupazione dell’Isis che durava dal 2014.

Non c’è molto però che Baghdad possa fare per boicottare l’intesa: le finanze irachene sono state prosciugate dalla guerra all’Isis e mancano le risorse per costruire nuovi oleodotti che raggiungano l’Europa bypassando il Kurdistan. Quindi, a meno di non voler rinunciare alla percentuale delle entrate che spetta al governo centrale per le esportazioni di greggio, gli iracheni dovranno accettare il controllo russo.

L’alleanza Kurdistan-Russia è inedita, perché fino alla decisione di tenere il referendum la regione era una grande sostenitrice degli USA, che avevano imposto all’Iraq “liberato” una costituzione che garantisse ampia autonomia ai curdi per risarcirli della persecuzione sofferta durante gli anni della dittatura di Saddam. Non è la prima volta che Rosneft cerca di stipulare accordi commerciali con i partner di Washington, anche a costo di rimetterci. Secondo l’agenzia di stampa Reuters i russi hanno investito 13 miliardi di dollari – una somma enorme – in una raffineria in India, di fatto comprando l’amicizia di un paese da decenni vicino agli USA.
Non è un caso che Sechin sia considerato da Mosca un secondo ministro degli esteri: con i suoi accordi commerciali sta avvicinando molti paesi all’orbita russa. Il suo curriculum, d’altra parte, è più politico che economico. Ha iniziato la sua carriera negli anni Ottanta come interprete militare in Mozambico e Angola, ed è stato messo a capo di Rosneft da Putin in persona.

Il vero peso della nuova alleanza sarà misurato dopo il 12 maggio, data in cui sono previste le elezioni nazionali in Iraq. I curdi, proprio a causa del referendum fallito, perderanno molti seggi in Parlamento (rispetto alle consultazioni del 2014 non si presenteranno nei municipi che non sono a maggioranza curda) e saranno meno in grado di influenzare le scelte del governo centrale. Proprio per questo è probabile che rafforzino ancora di più i loro legami con il Cremlino, che dopo Siria e Iran si avviano a condizionare fortemente anche la vita politica irachena. Forse è il caso che Donald Trump torni a dare un’occhiata alla sua agenda in Medio Oriente.

di Alfonso Francia

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