Il crollo delle imprese di costruzioni e il “caso Condotte” in un volume

Politica

Le grandi opere rappresentano da sempre uno dei principali volani economici di un Paese. Fare infrastrutture in Italia è diventato, però, uno sport estremo, segnato da un incedere modello dieci piccoli indiani, con le grandi imprese del settore che stanno cedendo a una a una sotto i colpi di una crisi figlia anche della demonizzazione dei lavori pubblici diventati sinonimo di malaffare e di corruzione e dello strapotere dei comitati locali, pronti a bloccare tutto all’insegna della filosofia Nimby: “Not In My Back Yard”.

Un volume edito da Skillpress, ramo editoriale della società di comunicazione The Skill, e curato da Dario Tasca, intitolato “Il crollo delle grandi imprese di costruzioni – L’intervento strategico e l’eccezione Condotte”, analizza il prolungato blocco del settore e la crisi dei grandi player che sta condannando l’Italia alla progressiva e forse irrimediabile scomparsa di alcuni asset industriali fondamentali.

Una tempesta perfetta figlia – secondo il volume – di diversi fattori: la riduzione degli investimenti infrastrutturali; il quadro di finanza pubblica; la modifica della disciplina degli appalti pubblici; l’inefficienza delle procedure di spesa; l’enorme quantità di contenzioso tra i costruttori e le stazioni appaltanti insieme ai ritardi nel pagamento dei crediti alle imprese (5 mesi il ritardo medio contro i 60 giorni previsti dalla normativa); le difficoltà vissute dal sistema bancario che hanno rallentato le linee di credito o le hanno prosciugate, penalizzando un settore classificato tra i più rischiosi.

Come racconta il rapporto ANCE di febbraio 2018 “la crisi scoppiata nel 2007 ha fortemente penalizzato le imprese di costruzioni sul fronte del rapporto banca-impresa, creando un blocco del mercato, provocato da una forte avversione al rischio nelle controparti e da una percezione dei rischi, spesso, distorta e amplificata”.

Il risultato finale è stato un restringimento quantitativo (credit crunch) senza precedenti. Basti pensare che tra il 2007 e il 2016 i finanziamenti erogati alle imprese per investimenti in costruzioni sono diminuiti circa del 70%, passando da circa 52 miliardi nel 2007 a neanche 17 miliardi nel 2016.

Penalizzante anche la modifica del regime Iva in Split Payment che ha tolto la possibilità di dedurre l’Iva sugli acquisti. Senza contare la questione del ritardo dei pagamenti della PA. Secondo l’ANCE in media le imprese che realizzano lavori pubblici continuano a essere pagate dopo 166 giorni contro i 60 giorni previsti dalla normativa comunitaria. Il volume dei ritardi, inoltre, rimane consistente: l’ANCE stima in circa 8 miliardi di euro l’importo dei ritardi di pagamento alle imprese che realizzano lavori pubblici.

Tutti fattori che hanno portato a un calo degli investimenti nel comparto di oltre il 50% in 10 anni, determinando un deficit infrastrutturale di 84 miliardi di euro.

In questo contesto sta prendendo corpo l’operazione Progetto Italia, la creazione del futuro maxi polo delle costruzioni con l’acquisizione di fatto di Astaldi da parte di Salini-Impregilo sotto la regia di Cassa depositi e prestiti. Il tutto all’interno di una strategia che in base a quanto annunciato da Cdp e dal governo dovrà avere un’ottica di sistema, in sostanza allargando il sostegno anche alle altre società in crisi.

Non sempre però l’approccio “di sistema” ha coinvolto tutti i soggetti operanti nel settore delle costruzioni e la stessa narrazione giornalistica di questi anni non è stata improntata a una cristallina par condicio. In particolare il volume si sofferma sull’ “eccezione Condotte”, terzo general contractor italiano finito in amministrazione straordinaria. Se per le altre aziende in condizioni simili le parole d’ordine diventano salvataggio e rilancio e sono le stesse banche a farsi promotrici di una operazione “attiva”, fino ad arrivare a Progetto Italia trainato da Salini Impregilo e da Cassa Depositi e Prestiti, Condotte viene avviata alla liquidazione. Finendo vittima di scelte esterne e pagando un prezzo altissimo sull’altare di una crisi di sistema.

Un caso analizzato con attenzione da Tobia De Stefano che il 14 aprile 2019 su Libero racconta la storia di Condotte e la definisce “il paradigma delle difficoltà che sta vivendo un settore, quello delle costruzioni che per anni ha trascinato il Pil e che oggi sta attraversando una fase declinante. Non è una questione di lavoro, anzi di quello ce n’è anche troppo”, visto che il gruppo “che faceva capo alla famiglia Bruno Tolomei Frigerio deve realizzare l’Alta Velocità di Firenze, un lotto della superstrada Siracusa-Gela, la Città della Salute a Sesto San Giovanni, il lotto austriaco del Brennero, il polo bibliotecario di Bolzano e il nuovo Policlinico di Caserta. La verità è che Condotte ha un drammatico problema di liquidità. Il punto è che spesso per motivi burocratici (ritardi nei pagamenti della Pa) altre volte per questioni legali o per vicende internazionali i lavori si sono bloccati. Un circolo vizioso che ha inghiottito Condotte da un anno e mezzo. Prima c’è stata la procedura di concordato, poi l’amministrazione straordinaria. Un calvario dal quale però si può uscire. Perché fino a quando ci sono commesse, fino a quando si vincono le gare vuol dire che un’azienda è viva. E farla fallire sarebbe un peccato mortale”.

Condotte è, dunque, la prima vittima a subire le conseguenze del deterioramento del clima economico, come avvenne per Lehman Brothers piegata da una fuga di investitori e di banche d’affari che la lasciarono senza liquidità. La società guidata da Duccio Astaldi diventa il caso di scuola, l’esempio da dare all’esterno. A questo si accompagnano le inchieste giudiziarie, una scintilla che favorisce la narrazione catastrofista. Un crollo, quello di Condotte, che si inserisce in un contesto più grande in cui ad altre società tocca il medesimo destino, le stesse difficoltà finanziarie e le stesse peripezie. Ma non lo stesso finale.

 

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