Diario di guerra al virus, cronaca del medico Luca Grossi: “L’Inferno è qui”

Politica

Una nuova testimonianza dal “fronte di guerra” al coronavirus ci arriva dal medico Luca Grossi, dirigente sanitario della residenza sanitaria assistenziale, del centro diurno integrato, dell’assistenza domiciliare integrata e dell’unità di cure palliative dei servizi comunali di Casalpusterlengo. Un nuovo drammatico racconto da parte di chi è impegnato nella cura dei soggetti più fragili, anziani e malati cronici, che rischiano molto in questo momento. E che è costretto a veder morire i pazienti sotto i propri occhi senza poter far altro che garantirgli affetto e vicinanza.

Scrive Luca Grossi:

“Il pezzo forte del percorso interno quotidiano, una sorta di Cammino di Santiago, è il vestibolo del nucleo Tulipano. Un tavolo allocato a pochi metri dalla porta tagliafuoco offre a chiunque voglia entrare i paramenti sacri del momento, i cosiddetti Dispositivi di Protezione Individuale: camice monouso, guanti, cuffia per il capo, copriscarpe. Non varchi quella soglia se non li indossi. E ci vuole tempo. Due passi in là un dispenser automatizzato ti spara sul palmo della mano inguantata altro gel disinfettante. Quindi entri, con qualche remora nell’impugnare la maniglia della pesante porta tagliafuoco: è un macigno, ma niente manfrine. Poi lo sguardo corre fino al fondo del lungo corridoio. Non un’anima. Gli ospiti sono confinati nelle loro camere. Le relazioni ravvicinate sono proibite o il Corona t’assale. In un paio di letti valuto due persone allo stremo della vita. La loro posizione è fetale. Le masse muscolari assenti. L’ossigenoterapia impazza e inaridisce le fauci.”.

“Che uomo è questo? Ha bisogno d’aiuto? O solo di presenza? Non soffrono, ne sono sicuro. In senso tecnico, intendo. Il problema sono io. Cosa facevano quando si autodeterminavano? È del tutto spontaneo pensare ai momenti migliori, all’efficienza, all’autodeterminazione, in ossequio a moderni paradigmi culturali. Ma se ragioniamo in termini di natura, salute a tutti i costi e benessere scultoreo appaiono astrazioni. Invece πάντα ῥεῖ. Li accarezzo con le mani inguantate, ne scosto i capelli. Che senso ha la loro condizione? Eppure ci dev’essere. Chiamo i familiari per aggiornarli sulla situazione”

“Giuseppe oggi mi segue con lo sguardo. Da giorni siamo in attesa del suo trapasso. Che mi guardi, o sembri che lo faccia, mi sorprende. La luce inonda la stanza dopo aver scostato i pesanti tendaggi che occultano la finestra, spezzando il maligno connubio tra oscurità e agonia. Forse ha sete. La lingua si è mossa, un guizzo impercettibile. Valuto meglio le mucose, rese aride dal flusso di ossigeno mediante mascherina. Sì, vanno idratate. ‘Simona, per cortesia: provate a dar da bere a Giuseppe, basta in cucchiaino’ – chiedo poco dopo alla mia infermiera tramite telefono. ‘Come, dottore? Ma sta morendo!’. Trattengo un moto di stizza. Anche chi muore ha sete”

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