Aiuti agli emarginati. Le iniziative dell’Istituto nazionale salute migrazioni e povertà: controlli sanitari, misure anti contagio e assistenza terapeutica

In Rilievo Salute Società
Per i poveri, gli immigrati, per chi vive in solitudine e in condizioni disagiate il Coronavirus è ancora più spietato. A occuparsi di questa popolazione che non ha nessuno c’è l’Istituto nazionale salute migrazioni e povertà (Inmp) che in questi giorni sta provvedendo ad organizzare una rete di protezione. Un sistema dedicata a favore delle persone appartenenti alle fasce più vulnerabili della popolazione. Non solo è stato messo in atto un sistema di individuazione precoce dei casi sospetti di infezione e di conseguente presa in carico di chi presenta specifiche problematiche. Nel documento pubblicato dall’Istituto viene affrontato il tema della gestione delle strutture con persone ad elevata fragilità e marginalità socio-sanitaria. Cioè quella popolazione più a rischio di essere colpita dalla pandemia. Ad essere in prima linea sono gli operatori a cui vengono fornite indicazioni operative per la gestione di queste persone. Il rischio, si spiega, sarà definito sulla base della valutazione del grado di organizzazione dei luoghi abitati, sulla base della mobilità delle persone tra la struttura in cui vivono e l’ambiente esterno e sulla base del rischio di Covid-19 complicata per la popolazione ospitata. Molto articolato lo studio e i possibili rimedi per evitare ulteriori pericoli a questa fascia fragilissima di popolazione.
 In primo luogo, si sottolinea nello studio, come i luoghi di vita e di residenza siano quelli dove il rischio contagi è il più alto, e diventa inoltre problematico il distanziamento e seguire le norme di igiene e prevenzione, “permettendo o meno un reale distanziamento tra i membri della famiglia con una maggiore o minore probabilità di circoscrivere l’infezione. Appare chiaro che, per le popolazioni fragili oggetto del presente documento, disporre di abitazioni strutturalmente adeguate, così come di una organizzazione all’interno delle stesse, sia pertanto di fondamentale importanza”. Numerosi i punti esaminati per gestire la prevenzione, ad esempio, la sintomatologia le possibilità di trasmissione dell’infezione, la difficoltà di intervenire da parti degli operatori sanitari lo scarso rispetto delle disposizioni eventualmente impartite per il contenimento dell’infezione. E inoltre la mobilità con l’esterno viene poi definita un’ulteriore dimensione rilevante per la determinazione del rischio attribuibile a un determinato setting. “In relazione alla tipologia delle strutture”, si legge nella relazione, “e delle soluzioni abitative essa si esprime a vari livelli: dalla completa assenza di mobilità tipica del CPR, alla massima espressione riscontrabile nelle soluzioni con organizzazione scarsa o nulla, passando per soluzioni intermedie, quali i centri di accoglienza aperti (CPA, CAS, SIPROIMI, Centri per MSNA) fino alle strutture residenziali, semiresidenziali e diurne per le persone SFD”.
 Nello studio dell’Istituto nazionale salute migrazioni e povertà, inoltre, si fa il punto sui sistemi di accoglienza al 15 luglio 2020 che hanno ospitato 85.498 persone. “Nel caso in cui gli stranieri irregolari giungano in Italia condotti da imbarcazioni o attraversando la frontiera terrestre, vengono fotosegnalati e valutati all’arrivo da parte dell’USMAF e/o della Azienda sanitaria competente, per identificare eventuali urgenze di tipo sanitario, le vulnerabilità che richiedono specifici percorsi protetti così come l’eventuale presenza di infezione da Sars-Cov-2. A seguito di ciò, vengono accolti in una struttura per la quarantena”. C’è una possibilità per i migranti ad avere un sostegno e una protezione.
“Successivamente alle misure di quarantena o di isolamento, tutti i migranti, se richiedono la protezione internazionale, vengono accolti nei CPA o nei CAS e nel SIPROIMI, per l’espletamento delle procedure di accertamento dei requisiti per la protezione”.
Oltre ai migranti ci sono gli operatori che rischiano di essere contagiati. Nel documento, infatti, vengono definite le azioni da intraprendere affinché “nei setting di accoglienza e in quelli a organizzazione scarsa o nulla in cui si erogano servizi essenziali si possa operare in sicurezza nei confronti del virus, mitigando il rischio e individuando precocemente eventuali casi o cluster epidemici”. I controlli si eseguono, in successione, la valutazione dei rischi, la riorganizzazione delle attività normalmente svolte, l’eventuale adattamento dei locali, la formazione del personale d’assistenza, l’informazione degli ospiti e il flusso informativo all’autorità sanitaria. Il percorso dei controlli e per e evitare possibili contagi ci sono passaggi specifici. “In ogni setting è necessario effettuare una valutazione del rischio specifico”, rivela il documento, “che miri ad individuare, in aggiunta al rischio generale derivante dalla collocazione della struttura sulla piramide del rischio, quelle situazioni in cui i metodi comuni di contenimento del contagio – distanziamento fisico, limitazione dei contatti, igiene delle mani e protezione delle vie respiratorie, pulizia degli ambienti e sanificazione, uso e disponibilità di DPI e possibilità di gestire in sicurezza i casi, sospetti, probabili e confermati – non sono applicabili in modo efficace”.

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