RENZI, IL (POLITICAMENTE) MORTO CHE PARLA E DECIDE PIÙ DEI VIVI

Politica

di Massimo Spread

Matteo Renzi è un politico finito dal 4 dicembre 2016, quando la sua riforma costituzionale venne bocciata dai cittadini decretando la caduta del governo e la conclusione della sua vita pubblica (era stato lui stesso a promettere: “Se vince il No finisce la mia storia politica, cambio mestiere e non mi vedrete più”). Solo che, pure da “zombie”, Renzi ha dimostrato di avere più vitalità e cervello di quasi tutti i suoi colleghi in Parlamento.

Nel 2018, pur venendo eletto – parole sue – come semplice “senatore di Scandicci”, riuscì a impedire che i democratici siglassero un accordo con un M5S già pronto a scordarsi gli anatemi lanciati contro un PD definito negli anni come “impresentabile”, “assassino”, addirittura “nazista”. In tal modo favorì di fatto la nascita del Conte 1 con l’innaturale alleanza tra grillini e Lega, lesta ad abbandonare gli alleati del centrodestra pur di occupare qualche ministero. E l’anno seguente neutralizzò il tentativo di Salvini di tornare alle urne creando, contro il volere del nuovo segretario del PD Zingaretti già pronto ad andare al voto, l’esecutivo che aveva osteggiato poco più di un anno prima, per giunta con lo stesso premier.

E infine all’inizio di quest’anno è stato sempre Renzi a decretare la fine di Conte e del suo esecutivo, mettendo l’intero Parlamento di fronte alla gravissima responsabilità di rifiutare un governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi e sponsorizzato dal Presidente Mattarella. Non male per uno che può contare su una quarantina di fedeli tra deputati e senatori e il cui partito viene dato nei sondaggi a malapena al 2 per cento.

Ecco, che un ex premier osteggiato in egual misura a destra e a sinistra (anzi, soprattutto a sinistra), senza seguito popolare, fatto oggetto di una campagna di fango mediatica che – meritata o meno – ha una virulenza paragonabile solo a quella che dovette affrontare a suo tempo Berlusconi, riesca comunque a essere l’unico policy maker di questa legislatura dovrebbe far riflettere. Prima ancora che sulle qualità dell’ex capo del governo e sindaco di Firenze, sull’infimo livello di tutti gli altri.

I cinquestelle hanno trascorso i loro tre anni al potere con l’unico obiettivo di rimanerci, al potere, rinnegando una dopo l’altra tutte le promesse elettorali (qualcuno ricorda la TAP, la TAV, la lotta ai Benetton?); Salvini si è estromesso da solo dopo aver messo a segno una riforma appena, per di più sciagurata (la famosa quota 100, le cui conseguenze pagheremo per decenni); Zingaretti infine ha fatto e detto sempre il contrario di quello che voleva Renzi, perdendo sempre.

I suoi avversari possono dirsi fortunati perché la superiorità politica dell’ex premier non è spendibile, in quanto il suo nome è inviso a moltissimi italiani, e il suo essersi prestato a far la corte a sanguinosi regimi del Medio Oriente lo ha definitivamente screditato politicamente anche agli occhi dei pochi che ancora lo stimavano; ma verrebbe da consigliare ai vari Salvini, Meloni, Di Maio e Zingaretti di studiare il vecchio avversario. Avrebbero molto da imparare.

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