Hamilton “Lotterò sempre contro IL razzismo”

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"La mia storia con la Mercedes unica, questa la stagione più dura", dice il campione del mondo ROMA (ITALPRESS) – Quindicesima stagione in F.1 per Hamilton, fuoriclasse che ha scritto tante pagine della storia di questo sport, ma che rimane il Lewis di sempre. E' lui stesso a raccontarlo in una lunga intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport. "Sono lo stesso degli inizi, solo con più esperienza: gli alti e bassi, le cicatrici che rendono la tua pelle più dura, è un adattamento continuo. Gli ultimi 15 anni mi hanno insegnato più di tutti quelli precedenti, su come navigare nel mondo, costruire e migliorare le relazioni umane e professionali. È stato un viaggio incredibile. Non è cambiare: resti la stessa persona, ma cresci", senza dimenticare che non si vince da soli. "Il lavoro di squadra fa parte da sempre della mia carriera, a iniziare da mio padre e mia mamma adottiva, non ce l'avrei mai fatta senza di loro ad arrivare a questi 15 anni di GP in cui ho avuto a che fare con gente di grande capacità e intelligenza, tirando fuori il massimo da loro come loro hanno fatto con me". L'inizio con la McLaren ("opportunità unica per imparare") poi l'arrivo in Mercedes per un'avventura che, a suon di successi, non finisce di stupire. "Credo che quella con il team sia una relazione senza precedenti perché quando sono arrivato ho detto subito: 'Io sono fatto così, non sono strano o particolare, ma mi piace questo, mi rende felice e, oltre a vincere dei campionati per voi, vorrei coltivarlo'. Mi hanno dato spazio per crescere, si è rivelato l'ambiente migliore della F.1 per farlo. E il mio stile di vita non ha fatto mancare niente: abbiamo vinto moltissimo, siamo il team più forte, pieno di sponsor, abbiamo il seguito più grande sui social. Tutto è nato dalla collaborazione che è fondamentale: significa tirar fuori e mettere in comune le idee migliori, mai da soli, provando strade diverse". C'è una battaglia che per Hamilton è ancora più importante di quelle che vive in pista, la lotta contro le discriminazioni a cominciare dall'ambiente che lo ha consacrato campione. "Mi sono guardato intorno, serve partire dai dati per scoprire che barriere ci sono all'ingresso. Perché i ragazzini neri, ad esempio, non scelgano di studiare certe materie per finire poi in università e di conseguenza a lavorare in F.1. Ho messo insieme una commissione, che da 9 mesi sta lavorando con tanta gente impegnata. Per luglio dovremmo avere qualche risultato solido e informazioni concrete che metterò a disposizione della Mercedes, dei team e della Fia. La F.1 è la punta dell'iceberg, il suo esempio può ricadere sui kart e sullo sport di base. È un processo lungo, richiede tempo, ma adesso la gente si è fatta l'idea che un cambiamento serve". Una lotta che non vuole rimandare al post-carriera. "E' difficile per me pensare a quando non correrò. Crescendo ho imparato che cambiare le cose quando ci sei dentro è più facile e riesce meglio rispetto a quando lo vuoi fare da fuori. La F.1 mi ha offerto una piattaforma per raggiungere un sacco di gente, informare, mandare messaggi positivi, incoraggiare le persone, spingere. A un certo punto anch'io mi dovrò fermare, ma la missione per rendere il motorsport più inclusivo non uscirà mai dalla mia mente, è qualcosa per cui vorrò sempre lottare. Non bastano certo uno o due anni, il problema dev'essere attaccato dal basso, la vera chiave è la fase dell'istruzione, guardare ai giovanissimi e incoraggiarli per avere poi più meccanici, ingegneri, donne e di tutti i colori, nei GP". Il pilota che più ha ammirato è "Ayrton Senna per come guidava e per l'impatto straordinario che ha avuto sulle persone, non ho fatto in tempo a conoscerlo ma era una persona adorabile. Ne ho apprezzati altri, soprattutto chi ha creato un rapporto unico con il suo team come Michael Schumacher, so quanto è difficile per un pilota. La squadra è come una grande barca con un mucchio di gente che rema, ma hai bisogno di prendere la strada migliore: il pilota è solo un elemento ma è come il radar che indirizza verso la direzione giusta. Chi ha avuto successo a lungo ne è stato capace". Al di là della F.1, Muhammad Ali la sua fonte di ispirazione. "Da quando ero ragazzo è il mio re: come atleta, attivista, per la grandezza dell'uomo e della sua voce, era il più intelligente e quindi riusciva a farsi sentire. Nessuno è stato come lui. Poi Serena Williams, una delle più grandi persone e sportive che io abbia ammirato, un fenomeno. Ci metterei anche Tiger Woods. Hanno la pelle come la mia e questo ha inciso. Tra le cose che si notano da bambino c'è che le action figures, i modellini, i supereroi, sono tutti bianchi. Superman era il mio preferito ma dicevo 'non è uguale a me', quindi nella mia mente non c'erano persone di colore che potessero diventare supereroi. Invece un ragazzino deve essere in grado di immaginare di avere poteri illimitati, di cambiare il mondo. Se ti limitano psicologicamente così, hai bisogno di eroi e allora lo sport aiuta. Loro sono stati i miei supereroi". Ora è lui uno dei paladini nella lotta contro il razzismo, portando in giro per il mondo i messaggi di Black Lives Matter. "Credo che molti stiano facendo grandi cose, io sono solo uno dei tanti. Non direi di averli incoraggiati, ma nella mia posizione potevo farmi sentire. Se nessun altro lo fa e tu sei l'unico, ti senti un po' solo, vedere altra gente che marcia con te per cambiare, aiuta. Per esempio quello che ha fatto Marcus Rashford (attaccante del Manchester United, ndr) mi ha impressionato". Vincere non la ha saziato, Hamilton ha ancora fame. "Vincere così tanti Mondiali non significa avere tutto sotto controllo. Quando inizia una stagione non sai mai dove sei e io tutto questo lo amo: questa sarà la più dura da molto tempo a questa parte, ma per me e la squadra può essere molto stimolante". (ITALPRESS). ari/red 13-Apr-21 10:37

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