Se vogliamo far ripartire l’economia dobbiamo prima far riprendere gli italiani

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di Massimo Spread

Uno dei trucchi più abusati – ma purtroppo tuttora efficace – usato da partiti, grandi imprenditori e in generale la classe dirigente per far stare buoni gli italiani in difficoltà economica è quello di dividerli in categorie e incitarli ad azzuffarsi tra loro.

Così è nata la contrapposizione tra lavoratore dipendente e quello a partita IVA, tra anziano con la pensione minima e giovane precario, tra il disoccupato cronico e il lavoratore in nero. Additando a ogni categoria un nemico da odiare – e sia chiaro, un nemico sempre altrettanto in braghe di tela – si è sviata l’attenzione dalla vera contrapposizione, tra chi continua a vivere nel benessere (spesso non per suo merito) e chi deve arrabattarsi per arrivare a fine mese, vivendo nel terrore che una spesa imprevista lo faccia precipitare dal sottoproletariato all’indigenza.

A tutti loro, a questi milioni di italiani ricordati per qualche ora quando l’Istat pubblica i dati sui nuovi poveri, si rivolge la “Campagna per la salvezza economica dell’Italia”. È un’iniziativa dell’associazione “Italia che lavora”, che per sostenere la sua battaglia ha deciso di aprire il sito dedicato www.pianodisalvezzanazionale.it.

L’Associazione ci tiene a non sventolare alcuna bandiera partitica, preferendo concentrarsi nell’unire tutti gli italiani in difficoltà, a prescindere da convinzioni politiche che si vanno facendo sempre meno significative, ancorate come sono a logiche novecentesche. Rispetto a iniziative simili, già sentite in Italia e in passato strumentalizzate da parecchi politicanti in cerca di consensi facili, qui si nota una maggiore concretezza definita in un programma stringato quanto chiaro.

La campagna si muove secondo tre direttrici principali: sostenere la proposta economica per la salvezza dei posti di lavoro e per il rilancio dell’economia partendo da un piano da 1.000 miliardi di euro in due anni, che permetterebbe allo Stato di reperire risorse per sostenere le famiglie e le imprese; bloccare tramite ricorso le cartelle fiscali trasmesse a soggetti già gravemente colpiti dalla crisi economica, i quali non dispongono della “capacità contributiva”; denunciare il governo per grave violazione dei diritti umani, “per il fatto di avere deliberatamente ridotto in povertà milioni di persone in Italia”.

Se l’ultimo punto appare un po’ eccessivo, necessario magari per attirare l’attenzione della stampa, il programma dell’associazione sembra quanto mai capace di affondare il bisturi proprio nel marcio del corpaccione dell’economia nazionale. È un dato di fatto che milioni di italiani siano in difficoltà col fisco, tanto che gli arretrati dell’Agenzia delle entrate ammontano a circa mille miliardi. E lo è altrettanto che secondo l’Istat la povertà assoluta sia tornata a crescere toccando il livello più alto dal 2005. Parliamo di 5,6 milioni di individui – quasi il 10 per cento della popolazione italiana – che vivono nella quotidiana difficoltà di procacciarsi l’indispensabile per vivere.

Ben vengano quindi iniziative come questa, capaci di svelare l’ipocrisia di certe ottimistiche previsioni economiche, che magnificano la crescita dell’export e gli aumentati risparmi delle famiglie (quelle benestanti ovviamente), svelando le reali condizioni di tanti, troppi italiani. Restiamo sintonizzati per vedere se questo progetto riuscirà a ottenere i suoi scopi, ambiziosi ma non impossibili.

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