Jacobs “Italiano in ogni cellula, Olimpiadi in mente sin da bambino”

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"Vado a Tokyo per vincere una medaglia, è il mio sogno", dice l'atleta delle Fiamme Oro MILANO (ITALPRESS) – Marcell Jacobs è già nella storia dell'atletica italiana, ma le ambizioni crescono con una velocità impressionante. Come quella messa in mostra sulla pista di Savona, con quel 9"95 sui 100 metri che ha permesso al poliziotto nativo di El Paso (Texas) di superare un mito come Pietro Mennea (10"01) e di migliorare il record dell'amico Filippo Tortu (9"99). Il papà Lamont è americano, lui, in un'intervista al Corriere della Sera, dice: "A 18 mesi ero in Italia, i miei figli sono nati qui. Mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo, tanto che con l'inglese sono in difficoltà. Mio padre, da bambino, non lo ricordo. Dal momento in cui con mamma siamo rientrati da El Paso, è cominciata la nostra personalissima sfida a due. A scuola ero in difficoltà. Disegna la tua famiglia, mi diceva la maestra: io avevo solo mia madre da disegnare e ci soffrivo. Chi è tuo papà, mi chiedevano gli amici da ragazzino: non esiste, rispondevo, so a malapena che porto il suo nome. Per anni ho alzato un muro. E quando mio padre provava a contattarmi, me ne fregavo". Con gli anni le cose sono cambiate e questo ha influito nell'esplosione dell'uomo più veloce d'Italia. "Ho incontrato una brava mental coach, Nicoletta Romanazzi, che è entrata nel mio team insieme all'allenatore Paolo Camossi. Con lei ho accettato di lavorare in profondità sulle mie paure e sui miei fantasmi. Non è stato facile: c'è una parte intima che non vogliamo mostrare nemmeno a noi stessi. Però imparo in fretta. Il lavoro psicologico è iniziato a settembre dell'anno scorso e in sei mesi ho ottenuto un oro europeo indoor, due record italiani, l'argento mondiale nella 4×100 con il lanciato più veloce, il 9"95 di Savona. Non è ancora tutto risolto, però almeno con papà ora comunichiamo. Cioè, io copio e incollo: il traduttore di Google mi dà una mano quando non capisco", dice Jacobs che adesso si sente "sbloccato. È incredibile la potenza dell'energia che si muove quando abbatti un muro. Lo odiavo per essere scomparso, ho ribaltato la prospettiva: mi ha dato la vita, muscoli pazzeschi, la velocità. L'ho giudicato senza sapere nulla di lui. Prima se una gara non andava bene davo la colpa agli altri, alla sfortuna, al meteo. Adesso ho capito che i risultati dipendono solo dal lavoro e dall'impegno". La gara del meeting di Savona "non è stata una delle mie gare migliori, si può decisamente limare qualcosa". Una prospettiva niente male a due mesi dalle Olimpiadi. "L'obiettivo della stagione era scendere subito sotto i 10" e non pensarci più. Però è dalla prima volta che ho messo piede in pista, a 9 anni, che ho in mente l'Olimpiade. Avevo attaccato al muro della cameretta la pagina di giornale con la famosa pubblicità di Carl Lewis sui blocchi con i tacchi a spillo – racconta Jacobs -. Ma il mio idolo da ragazzino era Andrew Howe: mulatti e mezzi americani tutti e due, mi rivedevo troppo in lui. A Tokyo vado per vincere una medaglia: non c'è Bolt, non c'è Coleman, non c'è un favorito numero uno, sarà battaglia. No, il mio sogno non lo metto da parte proprio ora". Livio Berruti e Pietro Mennea sono la storia dello sprint italiano nei 200 e nei 100. "Non li ho vissuti né conosciuti. Ma so bene quello che hanno fatto in pista e non mi sento proprio di mettermi a paragone: io ho scritto una pagina, loro tutto il libro". Paolo Camossi, ex triplista, per Jacobs è molto di più di un semplice coach. "In cerca di una figura maschile che riempisse i vuoti di mio padre, in passato ho commesso l'errore di confondere i ruoli. Paolo è il mio allenatore, un punto di riferimento importante. Lo prendo in giro quando piange per le mie vittorie, però non mi offendo più se non mi calcola abbastanza". Il segreto di Jacobs è aver raggiunto l'equilibrio perfetto: "Nella corsa, in famiglia, nel team di lavoro. Dentro e fuori di me". (ITALPRESS). ari/red 15-Mag-21 09:32

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