IsReal 2021 Festival di cinema del reale, ecco il programma della sesta edizione

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La sesta edizione di IsReal – Festival del Cinema del Reale avrà luogo a Nuoro dal 25 al 30 maggio 2021 in presenza nelle sale nuoresi dell’Auditorium Giovanni Lilliu e del TEN, mentre una parte del programma sarà visibile anche su MYmovies (mymovies.it).

Il Festival è organizzato dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna con la partecipazione di Fondazione di Sardegna e Fondazione Sardegna Film Commission. Con quarantasette film totali in calendario, il programma della manifestazione diretta da Alessandro Stellino presenta il meglio della produzione documentaria internazionale, privilegiando le opere a carattere etno-antropologico, con un occhio di riguardo per gli esordienti e i giovani autori.

La  commissaria straordinaria per l’ISRE Stefania Masala ha dichiarato: “Quest’anno,  anche il festival  IsReal, contribuisce ad arricchire il ricco calendario di eventi  dedicato alla celebrazione del 150esimo di Grazia Deledda, come  forma di omaggio  alla scrittrice e alla donna, che amò la sua Sardegna e da cui si allontanò solo per crescere e coltivare il sogno di renderle omaggio, e di cui l’Istituto si occupa di gestire la Casa natale e celebrarne sempre la memoria. Il Festival vuole essere una festa: di incontri creativi, che accendono le visioni del reale, di prospettive e di visioni, per confrontare esperienze, tessere relazioni, esplorare territori. Un’officina creativa, un laboratorio che stimola capacità immaginifiche sui luoghi e invita ad abitarli”.

Così come le celebrazioni dedicate alla scrittrice si fondano sul tema portante dello sguardo femminile della Deledda sul mondo, così  anche  la rassegna del Festival quest’anno volge lo sguardo nella medesima direzione, focalizzando l’attenzione su alcuni lavori di grande pregio e alcune narrazioni  nella rassegna “Essere donne”, dedicata a quelle registe dell’antropologia visuale che non hanno avuto paura di mettersi dietro la macchina da presa per sperimentare le possibilità relazionali del mezzo cinematografico. In particolare la rassegna pone l’accento su due film.

Il primo è Grazia Deledda, la rivoluzionaria di Cecilia Mangini.  In anteprima assoluta, è l’ultimo film della grande documentarista recentemente scomparsa,  realizzato insieme a Paolo Pisanelli e scelto dall’ISRE per omaggiare la ricorrenza dei centocinquant’anni dalla nascita di Grazia Deledda. Il secondo è Cercando Grazia di Maria Grazia Perria. La scrittrice nuorese premiata con il Nobel nel 1926 è al centro  del film, dove undici ragazze sarde, scelte tra un centinaio di attrici durante il casting per la preparazione di un film sulla giovane Deledda, si raccontano e restituiscono, con intensità e candore, momenti della loro vita e di quella della scrittrice.

“Riaprire è una responsabilità e noi siamo felici di assumercela” ha dichiarato il direttore artistico del festival Alessandro Stellino, “l’ISRE, con le sue tante iniziative e i festival cinematografici in particolare, è da sempre un ponte tra le culture ed è arrivato il momento di ripristinare la circolazione su questi ponti che uniscono mondi distanti e desiderosi di dialogare, come hanno dimostrato i tanti registi e le tante registe che, con entusiasmo, hanno deciso di aderire al progetto di questa sesta edizione di IsReal. È un’edizione dallo spiccato carattere femminile e incarna, in quanto tale, un senso di rinascita e rigenerazione, fin dal suo film d’apertura”.

Dieci le opere in competizione internazionale, tredici quelle che compongono l’omaggio realizzato in collaborazione con la Cineteca di Bologna al documentarista Luigi Di Gianni scomparso nel 2019, mentre 16 sono quelle che fanno parte della rassegna “Essere donne – Le esploratrici del cinema (1940-1980)” a cura di Daniela Persico e dedicata alle registe che hanno segnato la storia del cinema documentario.

Tra i film fuori concorso, Menocchio di Alberto Fasulo, sull’eretico Domenico Scandella, di cui scrisse anche Carlo Ginzburg nel sul libro “Il formaggio e i vermi”.

A inaugurare il Festival è infatti il pluripremiato Nardjes A. del regista Karim Aïnouz, girato durante una manifestazione in Algeria per contestare la candidatura del presidente Bouteflika, al quinto mandato; ma è anche l’8 marzo, il giorno della donna, e tra le contestatrici più accese c’è la giovane Nardjes, che non riesce a tacere di fronte all’ingiustizia.

Dieci i film in concorso, molti dei quali in anteprima nazionale: si comincia con Piedra sola dell’esordiente Alejandro Tarraf, ambientato nella regione andina dell’Argentina settentrionale dove Ricardo Fidel, un pastore di lama, segue le tracce di un puma invisibile che minaccia il suo gregge. Per trovare l’animale, sfuggente all’occhio umano, intraprende un viaggio mistico che lo riporta a ricongiungersi con il sapere ancestrale dei suoi avi. Tra gli altri lungometraggi in competizione The Postcard di Asmae El Moudir che, partendo da un piccolo villaggio nel Marocco, intraprende un viaggio alla ricerca delle tracce perdute della madre ed evolve in una storia universale sull’emancipazione, offrendo un meraviglioso ritratto su una comunità di donne e il loro desiderio di appartenenza.

Seguono Makongo di Elvis Sabin Ngaïbino, protagonisti due giovani pigmei Aka provenienti da Mongoumba, nella Repubblica Centrafricana, che lottano per consentire l’accesso agli studi a tutti i piccoli abitanti della loro comunità, e The Last Hillbilly di Diane Sara Bouzgarrou e Thomas Jenkoe, filmato tra le miniere abbandonate del Kentucky dove un uomo è l’ultimo cantore di un mondo prossimo alla scomparsa. Completano il programma La disparition di Jonathan Millet, in cui l’anziano protagonista si fa custode di una lingua ormai scomparsa del Perù settentrionale, nel cuore dell’Amazzonia; Apiyemiyekî? di Ana Vaz, basato sugli archivi dell’educatore Egydio Schwade che raccolgono più di 3000 disegni realizzati dai Waimiri-Atroari brasiliani durante il loro primo processo di alfabetizzazione.

The Annotated Field Guide of Ulysses S. Grant di Jim Finn che ripercorre il cammino dalle truppe unioniste durante la Guerra civile americana più di un secolo e mezzo fa, dal confine tra Texas e Louisiana fino a un’isola prigione al largo della costa del New England; Timkat di Ico Costa, che racconta il rito battesimale nell’antica capitale imperiale etiope di Gondar; Makarìa di Giulia Attanasio, ritratto dolente di una giovanissima ricercatrice di musica tradizionale salentina; e infine Sulle arie, sulle acque, sui luoghi della sassarese Vittoria Soddu, con i filmati d’archivio legati alla campagna promossa dalla Fondazione Rockfeller contro la malaria tra il 1946 e 1951.

La rassegna “Essere Donne” si sviluppa in più programmi.

Il programma d’apertura attraversa mezzo secolo mettendo a confronto le pratiche dirompenti di quattro artiste che con le loro opere hanno cambiato la relazione con il soggetto filmato: l’antropologa statunitense Margareth Mead che riprende le danze di Bali negli anni Trenta rompendo dei tabù sulla rappresentazione di una cultura lontana (Trance and Dance in Bali, montato nel 1952); la performer Maya Deren che fa compiere alla camera evoluzioni al ritmo di danza entrando in sintonia con il rituale Wu-tang (Meditation on Violence, 1948); la poetessa iraniana Forough Farrokhzad che si avvicina ai lebbrosi, esclusi dalla società, restituendo loro la dignità negata (in The House Is Black, 1962); fino all’artista vietnamita Trinh T. Minh-Ha, che con il suo primo video stabilisce nuove assonanze nell’indagine etnografica ma al contempo intima del popolo Sereer in Senegal (Reassemblage, 1982).

Il secondo programma  fotografa  su uno spaccato storico  della presa di consapevolezza femminile nella società, tra gli anni Sessanta e i Settanta: antesignano il film di Cecilia Mangini  Essere donne da cui prende il nome la rassegna, che parte dall’immagine artefatta trasmessa dalle pubblicità per dare spazio alle donne-lavoratrici, inascoltate nei loro diritti di madri e di operaie; poi, dal film della svedese Gunvor Nelson, in cui la protagonista acquista la sacralità laica di colei che dona la vita offrendo il primo parto all’occhio del cinema (Kirsa Nicholina, 1969), si passa a quelli militanti di Carole Roussopoulos, che filmando i circoli di autocoscienza femministi consegna al presente problematiche tutt’altro che sopite (Y’a qu’à pas baiser, 1971) e all’eclettica cineasta Agnès Varda che ritrae le donne con un pizzico d’ironia liberatrice (Réponse de femmes, 1975); cifra stilistica che ritorna nella performance filmata dall’americana Su Friedrich (Cool Hands, Warm Heart, 1979), ormai rivolta a una società pronta ad immaginare altre forme di sessualità.

Il terzo programma è un omaggio all’autrice che più di tutte ha marcato un cinema ad “altezza di donna”: Chantal Akerman, che con le sue inquadrature segna uno stato dell’anima che è anche una presa di distanza dalle consuetudini del cinema d’autore maschile. News from Home (1977), uno dei suoi film più intimi e sofferti, affronta il rapporto con la madre, sollevando interrogativi sull’eredità di un’educazione da cui si sono prese le distanze ma di cui si sente ancora addosso il peso.

Il quarto programma  allarga lo sguardo ad autrici irriverenti, che hanno messo al centro della loro ricerca una battaglia che partiva dal femminismo per abbattere lo sfruttamento sociale e la discriminazione: Barbara Hammer (Dyketactics, 1974), Shirley Clarke (Portrait of Jason, 1967).

La rassegna,  curata dalla curatrice Daniela Persico, chiude con uno sguardo al futuro: nella speranza che si raggiungano le desiderate pari opportunità, ma nella consapevolezza che la strada da percorrere sia ancora lunga, si offre uno spazio a quattro giovanissime filmmaker che stanno emergendo nel panorama del cinema del reale italiano: Caterina Biasucci, Giulia Cosentino, Doriana Monaco e Perla Sardella.

Di grande rilevanza anche l’omaggio dedicato a Luigi Di Gianni, di cui si presenta un’ampia selezione di film realizzati tra il 1958 e il 1968, tredici cortometraggi a testimonianza del lavoro di un cineasta che come pochi altri ha saputo documentare in profondità gli aspetti più sorprendenti, strazianti, perturbanti del nostro Paese, soprattutto quelli radicati nelle miserie ataviche del Sud, come a ripercorrere le pieghe profonde di un “antimiracolo” italiano. Un cinema che, negli anni, ha operato la documentazione di un rimosso sociale.

Completano il tributo il restauro realizzato per l’occasione del corto La punidura del 1959, unico film girato in Sardegna dal regista, e Amore per i vinti, un accalorato ritratto dell’autore firmato da Francesco De Melis. A corredo anche una tavola rotonda dal titolo “Il cinema ritrovato di Luigi di Gianni”, coordinata da Ignazio Figus e moderata da Rossella Ragazzi e Felice Tiragallo, con la partecipazione di Stefania Baldinotti, Fabio Dei, Francesco De Melis, Lucio Di Gianni, Antonio Marazzi, Andrea Meneghelli e Leandro Ventura.

In chiusura di Festival, dopo la cerimonia di premiazione, Guerra e pace di D’Anolfi e Parenti, in uscita nelle sale italiane proprio in questi giorni: una riflessione sulle immagini in tempo di guerra che, come in un grande romanzo scandito in quattro capitoli – passato remoto, passato prossimo, presente e futuro –, tenta di ricomporre i frammenti della memoria visiva dai primi del Novecento a oggi in una profonda riflessione sul senso della storia e della conservazione della memoria a beneficio delle future generazioni.

La Fondazione Sardegna Film Commission sostiene la manifestazione occupandosi dell’ospitalità dei produttori e registi, invitati a compiere Location Scouting in Barbagia alla scoperta delle incredibili località deleddiane.

Questo il link della piattaforma a cui prenotare i film:
http://isreal-festival2021-nuoro.eventbrite.it

 

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