Altre fusioni, altro nome, ma alla Fiat la parola chiave è sempre la stessa: cassa integrazione

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A farsi un giro su LinkedIn, in questi giorni, era facile imbattersi in una serie di annunci di lavoro di quelli che un italiano non può non notare: Stellantis, il gigante dell’auto nato dalla fusione tra PSA e FCA, dentro la quale sta – come in un gioco di scatole cinesi – la cara vecchia Fiat, assume nuovi dipendenti. 1280, per la precisione.

Beh, siccome la Fiat, e quindi Stellantis, in Italia ha ancora parecchi stabilimenti attivi magari c’è qualche posto pure da noi. Forse serve un ingegnere a Melfi o un operaio specializzato a Mirafiori. Ma basta qualche minuto di ricerche per accorgersi che no, le posizioni sono tutte all’estero, principalmente nella fabbrica di Poissy, alle porte di Parigi, e ad Auburn Hills nel Michigan.

Poi qualche notizia dalle fabbriche italiane è arrivata, ma di tutt’altro genere: altro che nuove assunzioni, in Italia si festeggia la ripartenza post Covid con una nuova ondata di cassa integrazione. A Melfi mille operai su 7mila dovranno restare a casa fino al 27 giugno, e tutti quanti dovranno prendere poi ferie obbligate dal 9 al 29 agosto, quando lo stabilimento chiuderà. In altri tempi annunci del genere sarebbero stati salutati con levate di scudi da parte dei sindacati, ma anni di “cura” Marchionne hanno reso i rappresentanti dei lavoratori molto più morbidi che in passato: questa volta si sono limitati a denunciare come “questa situazione congiunturale continua a impattare in modo drammatico sulle buste paga dei lavoratori”. In fondo lì le cose vanno meno peggio che a Pomigliano D’Arco, dove la cassa integrazione procede ininterrottamente da 12 anni e alcuni dipendenti lavorano meno di metà delle giornate previste in un mese.

Certo la situazione globale per il mercato dell’auto non è facile, certo la mancanza dei semiconduttori sta danneggiando tutto il settore e ha costretto le catene di montaggio a fermarsi ovunque nel mondo, certo la pandemia peserà ancora a lungo nelle tasche dei consumatori, che potrebbero decidere di rimandare ancora di un anno o due la sostituzione della loro vettura. Tutto vero, ma allora perché mentre in Italia Stellantis si ferma, altrove assume o addirittura programma di inaugurare nuovi stabilimenti?

Le ultime notizie parlano di aperture in Germania e in India, dove sono stati annunciati investimenti per 150 milioni di euro. A preoccupare è soprattutto il fatto che le assunzioni comparse sul social network dedicato al mondo del lavoro siano destinate ai colletti bianchi – ingegneri elettronici e informatici soprattutto – che lavoreranno allo sviluppo dell’intelligenza artificiale delle automobili. A quanto pare questi posti “nobili” sono tutti oltralpe, mentre l’Italia, dove pure si trova il polo del lusso composto da Ferrari e Maserati, offre sempre meno sbocchi per i cervelli intenzionati a lavorare nel settore dell’automotive. Negli ultimi mesi il gruppo ha offerto solo quattro posizioni in Italia, tutte a Modena.

L’impressione è che Stellantis conservi – oltre al portafoglio – anche il cervello nell’Europa del Nord, e mantenga in Italia solo pochi stabilimenti che devono battere la concorrenza di quelli turchi per la realizzazione di nuovi modelli. E siccome in Turchia il diritto di sciopero di fatto non esiste, i sindacati italiani sono avvisati.

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