L’industria torna ai livelli pre-Covid, ma noi l’azzoppiamo con il blocco dei licenziamenti

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di Massimo Spread

In Italia siamo bravissimi a ignorare le buone notizie, e infatti quasi nessuno ne sta parlando: la produzione industriale è cresciuta per il quinto mese consecutivo. Gli ultimi dati diffusi dall’Istat parlano di un più 1,9 per cento ad aprile rispetto a marzo e di valori assoluti superiori a quelli di febbraio 2020; siamo insomma tornati a dati pre-covid.

I settori che mostrano più vitalità sono proprio quelli che durante le chiusure forzate avevano sofferto di più, ovvero i trasporti (più 6,7 rispetto a marzo) e il tessile (più 3,6). L’Italia delle imprese sta quindi ripartendo, e i partiti come reagiscono? Chiedendo la proroga del blocco dei licenziamenti anche per settori che mostrano uno stato di salute migliore di quello precedente alla pandemia.

Il Pd ha presentato alla Camera un emendamento per proseguire altri tre mesi dopo il 30 giugno, data attualmente prevista per la fine del blocco; il M5S propone di lasciare le cose come stanno fino al 1° settembre e Leu addirittura fino al 31 ottobre. Più articolata la posizione della Lega, che chiede il mantenimento del blocco solo per i settori più colpiti, come il tessile, ottenendo però una levata di scudi dei sindacati che vorrebbero veder mantenute le garanzie per i lavoratori in tutte le aziende che hanno avuto un pesante calo di fatturato, a prescindere dal comparto in cui operano.

Mario Draghi dovrà mediare tra tutti questi partiti, che sostengono più o meno fedelmente il suo governo, e Bruxelles che è restia a concederci i prestiti previsti dal fondo Next Generation Europe se continueremo a spenderlo per spese correnti invece che per gli investimenti.

E in effetti è difficile giustificare il mantenimento della misura – che, lo ricordiamo, nella Ue è stata adottata solo dall’Italia – a fronte di una crescita così vivace. Talmente vivace da averci fatto surclassare i nostri principali competitor sul manifatturiero, la Francia (che ad aprile ha fatto segnare un decremento dello 0,1 per cento) e soprattutto della Germania (addirittura -1 per cento). La produzione industriale tedesca è ancora il 5,6 per cento sotto i livelli pre-covid. Gli italiani sembrano aver già avvertito questa aria di riscossa: sempre secondo l’Istat il clima di fiducia di famiglie e imprese è in miglioramento, e questo dato è importante perché determina la propensione delle prime a consumare e delle seconde a investire.

L’Italia pare essere il Paese meglio posizionato nella ripartenza ma si comporta come se fossimo ancora in pieno lockdown. La Commissione Europea ha già perso la pazienza, e ci ricorda che il blocco è controproducente perché “ostacola l’adeguamento alla forza lavoro a livello aziendale”. Tradotto: il divieto a licenziare si traduce in una impossibilità ad assumere, anche quando i posti creati potrebbero essere più di quelli distrutti.

Il Pd, di solito così attento alle ragioni dell’Europa, sembra fare orecchie da mercante, preferendo farsi suggerire la politica economica dalla Cgil e dimenticando che il blocco ha colpito come al solito i lavoratori più fragili – specialmente le donne e i giovani – che avevano contratti a tempo e senza tutele (e guarda caso i meno sindacalizzati). A causa del “tappo” sui licenziamenti non riescono a rientrare nel mercato neanche ora che siamo in ripresa. Starà ora al capo del governo, come al solito, trovare una soluzione che faccia il bene del Paese senza provocare troppi mal di pancia ai partiti della maggioranza, che hanno dimostrato una volta di più la loro scarsissima conoscenza delle esigenze sia delle imprese che di chi ci lavora.

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