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A tempo e malpagati: sui concorsi per la PA inciampa persino il governo Draghi

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L’ufficialmente infallibile governo Draghi fa il primo, indiscutibile passo falso. Nulla di irrimediabile, intendiamoci, ma la dimostrazione che pure il governo “con la bacchetta magica” può avere difficoltà a risolvere problemi che si trascinano da decenni e che non sempre era colpa dei governi precedenti. A causare l’inciampo è stato il discusso concorso per il Sud, che prevedeva l’assunzione di 2800 tecnici nella Pubblica Amministrazione per gestire i fondi in arrivo col PNRR e recuperare almeno in parte il divario rispetto al resto del Paese nella qualità dei servizi offerti. Doveva essere un concorso nuovo (tutto in digitale!), veloce (100 giorni dal bando alle assunzioni!!), rivoluzionario (arrivano quelli giovani e laureati!!!). Si è concluso con un mezzo flop, né più né meno di tanti concorsi precedenti.

La prima delusione è arrivata analizzando i curriculum degli iscritti: talmente scarsi da costringere ad annullare la preselezione per titoli e ammettere alla prova scritta tutti i 100mila candidati. E la seconda è arrivata quando si è scoperto che se ne erano presentati appena 36mila, al di sotto della già scarsa media registrata per selezioni simili. E la terza quando si è arrivati alla valutazione; basti dire che dei cinque profili previsti dal concorso tre – i più importanti – sono rimasti scoperti: quello per esperto in gestione, rendicontazione e controllo, per funzionario esperto analista informatico e per funzionario esperto tecnico.

Il motivo? Semplice semplice: perché l’offerta fatta ai candidati era ridicola dal punto di vista economico. Per posizioni da funzionario in settori richiestissimi dalle aziende private si offrivano stipendi da 1400 euro lordi al mese, e per di più a tempo determinato. È ovvio che chi aveva le conoscenze necessarie per passare questi concorsi ha già o sa di poter trovare facilmente impieghi molto più favorevoli.

Un altro problema sta poi nell’evidente scarsa attrattiva di un impiego pubblico dal punto di vista dello status riconosciuto: chi ha un minimo di ambizione rifugge, a torto o a ragione, l’etichetta di impiegato statale. E se il ministro Brunetta adesso prova a correre ai ripari annunciando degli open day nelle università “per coinvolgere gli studenti, ma anche i sindaci, le imprese e i professionisti” per raccontare “la ricchezza di opportunità che si apriranno nella Pubblica amministrazione”, deve riconoscere che parte dello stigma che circonda chi lavora a vario titolo per lo Stato è anche “merito suo”. Nessuno ha dimenticato quando nel 2009, sempre da ministro della Funzione pubblica, parlò dell’impiegato che catasto “che si vergogna di dire al figlio cosa fa”. La sua dichiarazione voleva essere uno sprone, ma rappresentò l’ennesimo macigno per l’autostima di chi lavora nella PA e un suggerimento ai più bravi a tenersene alla larga.

Brunetta non sembra però volersi arrendere; ha fatto capire di essere pronto ad aggiustare il tiro e ha giustificato i bassi stipendi offerti prendendosela – vecchio classico che funziona sempre – col precedente governo che aveva scritto i contenuti del bando. “D’altra parte – ha ammesso – se offri un contratto a termine e livelli salariali non di mercato, il professionista super-qualificato ti fa un sorriso e ti dice no grazie”. Questo concorso doveva essere, parole sue, una prova generale dei grandi concorsi nazionali che dovranno rianimare la PA nei prossimi anni. La prova è andata male; vedremo se Brunetta saprà correggere il tiro.

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