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Sui licenziamenti tutti dietro a Confindustria, ma ormai il padrone è straniero

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La trama è perfetta per individuare facilmente buoni e cattivi, come in una fiaba per bambini. Da un lato il fondo d’investimento inglese (straniero ed espressione del capitalismo finanziario: l’antagonista perfetto) proprietario della fabbrica, dall’altro gli operai italiani licenziati con una mail senza preavviso, mentre erano tutti in ferie.

In questa narrazione efficacissima della vicenda GKN, l’azienda di Campi Bisenzio che produce – anzi produceva – componenti per auto e chiusa a causa della crisi del settore, manca però un altro personaggio fondamentale, quello che ha permesso ai “cattivi” di agire, ovvero il governo Draghi. Quel governo che ha deciso di mettere fine al blocco dei licenziamenti per “lasciare libere” le aziende di riorganizzarsi e ripartire. Solo che qui le aziende non ripartono, ma partono e basta, nel senso che chiudono in Italia per aprire in altre aree del mondo dove produrre costa meno.

La discussione che in queste settimane ha accompagnato l’approvazione del dl Lavoro ha affrontato il tema ignorando che ormai una grossa percentuale degli operai italiani lavora alle dipendenze di multinazionali prive di radici nel Paese, e che non hanno alcun interesse a investire a lungo termine nei nostri territori. Tengono aperto finché conviene, ma alle prime difficoltà chiudono tutto non appena individuano un sito più adatto, come fatto dalla Whirlpool a Napoli e da decine di altre aziende prima che la crisi avviata dal Covid e il conseguente divieto di licenziare congelassero la situazione per un anno e mezzo.

Di fronte a un mercato del lavoro così dipendente da proprietà straniere leggi come quella appena approvata sono del tutto manchevoli, perché scritte come se l’unica controparte tra i datori di lavoro fosse quella Confindustria che puntava alla fine del blocco per concedere alle aziende che rappresenta – tutte nate o ben radicate in Italia – un’occasione per rafforzarsi, aggiornarsi, cambiare e tornare presto ad assumere. Ma la legge vale anche per chi a Confindustria non è legato, e ha approfittato della norma per chiudere tutto, senza alcun interesse a rilanciare il sito abbandonato.

Così oggi le proteste della classe politica, che a vario titolo si è schierata contro la GKN urlando allo scandalo ma che qualche giorno prima aveva salutato quasi all’unanimità la norma sui licenziamenti come un “buon compromesso”, suonano come un patetico tentativo mascherare il fatto che nessun partito in Italia sembra avere la più pallida idea di come sia strutturato il tessuto produttivo italiano. Non si rendono conto che il mercato del lavoro è una polveriera, perché basato su mansioni a basso valore aggiunto e su settori tradizionali, che rischiano di essere spazzati via del tutto dalla concorrenza asiatica ed esteuropea.

Come al solito, pur con tutti i loro difetti, i sindacati sembrano avere le idee molto più chiare e promettono di avviare una nuova stagione di supplenza dei partiti nazionali nel confronto con il governo su lavoro e salari. Se Draghi arriverà a valutare Landini, Sbarra e Bombardieri come degli interlocutori più competenti di Salvini, Letta e Meloni rischiamo di arrivare all’appuntamento elettorale del 2023 con dei leader del tutto impreparati ad affrontare le difficilissime sfide che si preparano per l’Italia. E che quindi, nella fiaba di cui dicevamo, rischiano di fare la parte di misere comparse.

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