Che non si stesse per abolire la povertà lo sapevano tutti, a partire da quel Luigi Di Maio che l’aveva annunciato dal balcone di Palazzo Chigi mentre l’allora premier Conte – uno che un minimo di senso del ridicolo l’ha sempre avuto – se ne stava ben nascosto in ufficio. Ma che il Reddito di cittadinanza si sarebbe rivelato un tale fallimento non se l’aspettavano neanche i suoi detrattori. Eppure a sancirlo è addirittura la Caritas, che nella sesta edizione del suo Rapporto sulla povertà sottopone la riforma grillina a un impietoso esame ai raggi X e chiede di riformarlo alla radice.
Le 490 pagine elaborate da cinque studiosi di università e centri di ricerca, avvalendosi dei dati disponibili e di quella fondamentale fonte d’informazione che sono le persone che si sono rivolte alla Caritas per un pasto caldo, definiscono un quadro deprimente. Appena il 44% delle famiglie in difficoltà riceve il contributo e ben il 36% dei recettori non è in condizione di povertà. E di questo 36% solo una piccola parte è costituito da truffatori ed evasori: gli altri hanno pienamente diritto al RdC secondo i parametri stabiliti dalla legge.
Parametri che favoriscono i single a danno dei nuclei numerosi e con figli minori, a dimostrazione che anche questa è una iniziativa “contro la famiglia”. L’aver favorito i single inoltre incoraggia i giovani a chiedere il sussidio senza sforzarsi di cercare un impiego aumentando il fenomeno, diffusissimo in Italia, dei NEET, i giovani che non studiano e non lavorano.
Il fallimento dello strumento – che, vale la pena ricordarlo, doveva servire ad aiutare i percettori a trovare lavoro tramite la mitica figura del navigator – viene sancito anche dal fatto che secondo le rilevazioni della Caritas “Il 70% dei beneficiari dice di non aver ricevuto alcun tipo di formazione e questa quota è addirittura più marcata nelle famiglie maggiormente esposte a marginalizzazione”. Parliamo di cittadini che spesso non hanno neanche conseguito il diploma di terza media, che non sanno redigere un curriculum e spesso non sanno neanche cosa sia. Il reddito si conferma così uno strumento buono per sopravvivere, restare a galla finché dura, non certo a rilanciare la propria condizione economica.
La diffusione del rapporto ha ispirato le solite dichiarazioni dei parlamentari: la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini ha parlato di uno strumento che “non ha centrato l’obiettivo, con l’aggravante conclamata del fallimento dei percorsi di inclusione e lavoro”, mentre l’ex sottosegretario grillino al lavoro Claudio Cominardi si è detto pronto a “fare le barricate per difenderlo”, e se l’è presa con “la narrazione sbagliata che si è voluta costruire intorno a questo strumento”.
Queste polemiche alla Caritas interessano poco. Con la concretezza che la contraddistingue, invece di dare pagelle o lanciare anatemi ha preferito indicare un’agenda “per il riordino del Reddito”, basandosi su quattro pilastri: ampliare i criteri di accesso per gli stranieri e i poveri “veri”, ovvero i senzatetto; innalzare le soglie del patrimonio mobiliare ed economiche del Nord; adottare una scala non discriminatoria per le famiglie numerose restringendo i criteri di accesso per i single.
Un programma riassunto così dal direttore di Caritas italiana Francesco Soddu: “una misura come il Reddito di cittadinanza va mantenuta, ma anche riordinata”. E c’è da scommettere che anche stavolta il governo Draghi vorrà dire la sua.



