Un’altra letterina piena di buone intenzioni e promesse di fare meglio in futuro, per mascherare la mancanza di qualsivoglia accordo sulla diminuzione dell’uso dei combustibili fossili. È questo in sintesi il risultato raggiunto dal G20 di Napoli sull’Ambiente, che si è chiuso con un comunicato stampa privo di qualunque risoluzione concreta ma sufficiente secondo il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ad archiviare l’appuntamento partenopeo “contenti e soddisfatti”.
Il ministro è risultato più sincero quando ha ammesso che l’incontro “è stato una maratona”, in ogni suo aspetto. Persino il comunicato stampa conclusivo è stato pubblicato solo ieri, anche se gli incontri si erano conclusi giovedì: sono occorse ben 36 ore per scrivere poche righe nelle quali si afferma in sostanza che non si è deciso niente ma ci si impegna a farlo nei prossimi tre mesi, in tempo per il summit ONU sul clima in programma a Glasgow a novembre. Nel testo si legge che i paesi del G20 intendono limitare l’innalzamento delle temperature a 1,5 gradi e che “si accelereranno le azioni per raggiungere questo obiettivo entro questo decennio”. Nessun accenno al vero tema dell’incontro, ovvero le misure da prendere per ridurre l’utilizzo del carbone e del petrolio, per la ferma opposizione di Cina, Russia, India e Arabia Saudita le cui economie sono basate sulla vendita o sull’utilizzo dei combustibili fossili. Non ci vuole molto a capire che senza un accordo che porti ad abbandonarli l’impegno a tenere sotto controllo il cambiamento climatico vale più o meno quanto la promessa a far trionfare la pace nel mondo.
Va detto che il fallimento è tutt’altro che inatteso: di tutti i temi sui quali il G20 si confronta l’ambiente è sempre stato quello sul quale le sensibilità dei paesi membri differiscono maggiormente e quindi è più difficile trovare una sintesi. Se gli europei riservano da anni una grande attenzione al tema, forzando cittadini e imprese a diminuire i consumi energetici, i paesi in via di sviluppo come l’India considerano l’ambiente uno scrupolo da paesi ricchi, che hanno inquinato in abbondanza in passato e ora vogliono impedire che altri facciano lo stesso. Se questo discorso è ancora valido per l’India, non lo è più per la Cina – ormai una potenza “emersa” e quasi matura – che però preferisce continuare a produrre utilizzando le economiche ed estremamente inquinanti centrali a carbone. Si capisce quindi che l’obiettivo di Cingolani – convincere tutti i paesi a eliminare il carbone dalla produzione energetica entro il 2025 – fosse del tutto irrealizzabile.
In teoria l’occasione per rimediare è vicina: oggi e domani Ministri dell’ambiente e rappresentanti di 51 paesi si incontreranno a Londra per preparare la Conferenza di Glasgow, e in questa occasione gli Stati Uniti tenteranno di convincere Pechino a tenere un atteggiamento più disposto al compromesso. L’obiettivo finale è spingere la Cina ad approvare una carbon tax che incoraggi le aziende locali a usare fonti di energia meno inquinanti. In cambio USA ed Europa dovranno accettare di pagare di più per i prodotti made in China che finora sono stati così competitivi anche perché realizzati senza rispettare alcuna norma ambientale: staremo a vedere se agli occidentali il clima preme così tanto da difenderlo mettendo mano al portafoglio.



