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Brunetta spara ancora sullo smart working, ma così non salva la PA

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Sembrava avesse imparato, che la vicinanza di Mario Draghi e l’ingresso in un governo di larghissime intese l’avesse convinto a usare uno stile di comunicazione più sobrio, meno controverso, più ragionevole. Ma niente, è più forte di lui; Renato Brunetta ci è ricascato e parlando di smart working è caduto nella solita dichiarazione polemica che gli ha fatto guadagnare le attenzioni di social e stampa perdendo però il riconoscimento del molto di buono fatto da quando è tornato ministro della Pubblica amministrazione.

La dichiarazione di ieri, durante il question time alla Camera, ha tutti gli elementi della sparata acchiappatitoli: lo smart working è in realtà “un lavoro a domicilio all’italiana”, proporlo ancora in futuro “sarebbe un abbaglio”, perché “chi fa lavoro agile non ha un contratto specifico, non ha obiettivi, non ha tecnologie, in più non c’è sicurezza”.

Ecco, qui Brunetta ha colto nel segno: se per moltissimi statali (non tutti, va detto) il lavoro da casa si è risolto in un mezzo disastro e ha avuto come unico risultato positivo l’aver garantito uno stipendio a milioni di persone durante il lockdown la colpa non è stata dello smart working in sé, ma del pietoso stato in cui versa la PA dai punti di vista tecnologico e procedurale.

Se in Italia certe pratiche si possono sbrigare solo in ufficio, consultando faldoni e pratiche mai digitalizzate, la soluzione di lungo termine non è far tornare i dipendenti a scartabellare in polverosi archivi ma decidersi finalmente a digitalizzare documenti e processi di lavoro. Se anche un pirata informatico alle prime armi è in grado di accedere al laptop di casa di un dipendente il problema non si risolve reinchiodandolo al computer fisso dell’ufficio, ma dotandolo di pc potenti e dotati di firewall a prova di hacker. Se un impiegato che lavora a casa passa otto ore a leggere i fatti degli altri su Facebook non si risolve la questione confinandolo oltre un tornello ma costringendo i suoi dirigenti a organizzare il lavoro per obiettivi.

Non a caso altri settori, come quello bancario, hanno tenuto a rimarcare di aver raggiunto in questi mesi risultati molto differenti rispetto alla PA: in una recente intervista concessa alla Stampa il presidente dell’Abi Antonio Patuelli ha spiegato che il ricorso massiccio allo smart working non ha inciso sulla redditività delle banche perché “il lavoro è sempre lavoro” e quindi “le attività sono proseguite”. Patuelli ha detto una cosa ovvia, che però a Brunetta finge di non capire: non è riportando in ufficio i dipendenti, siano essi pubblici o privati, che aumenterà la produttività del Paese e si risponderà alle molte sfide poste dal PNRR, ma mettendoli in condizione di lavorare (e punendo chi rifiuta di farlo) ovunque si trovino.

Ovviamente un rientro almeno parziale in ufficio è auspicabile, perché in effetti alcuni processi decisionali beneficiano della compresenza fisica e perché abbandonare del tutto le sedi di lavoro vorrebbe dire desertificare molti centri cittadini, ma il ritorno alla situazione pre-pandemica non è certo augurabile, soprattutto per la PA, che non era certo in buona salute nel 2019, quando ancora gli uffici erano pieni.

Ci si augura che Brunetta abbia voluto solamente lanciare il sasso per tornare a parlare della questione, e che le sue iniziative come ministro saranno più concrete e orientate a una modernizzazione delle tecnologie e delle competenze di cui gli apparati statali hanno un disperato bisogno. È per realizzare questo obiettivo che Draghi lo ha scelto.

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