Draghi fa il sindacalista con Confindustria (che applaude). E Landini sta a guardare

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Non si può dire che non fosse stato chiaro fin dall’inizio. Quando a febbraio ha ricevuto le delegazioni dei partiti per le consultazioni che hanno preceduto la formazione del suo governo Mario Draghi aveva ripetuto: ascolto tutti, poi faccio la quadra e decido io. Forse il messaggio è sfuggito ai capi del sindacato, soprattutto a Landini, che in questi mesi, durante i quali il premier lo ha più volte interpellato, non ha mai voluto davvero collaborare. Si è messo di traverso sulla fine del blocco ai licenziamenti, sul green pass in azienda, sulla revisione del Reddito di cittadinanza. E alla fine Mario lo ha trattato come aveva trattato Salvini: se l’interlocutore non è disposto a trattare pazienza, lui va avanti per la sua strada.

È in quest’ottica che vanno lette le parole pronunciato dal capo del governo di fronte all’Assemblea generale di Confindustria riunita ad ascoltarlo. Tra incitazioni e scrosci di applausi che neanche Mick Jagger se ne sono accorti in pochi, ma il premier ha fatto un discorso da sindacalista, proponendosi come rappresentante delle parti sociali in supplenza ai sindacati che continuano il loro Aventino, perdendo un’occasione storica di far parte di una piattaforma di rilancio che l’Italia non vedeva dal piano Marshall.

Nel suo intervento Mario ha annunciato prima di tutto misure per i cittadini più deboli, ovvero 3 miliardi di risorse per finanziare i tagli sul costo delle bollette gas e dell’elettricità, che in seguito ai recenti aumenti dei prezzi dell’energia rischiavano di mettere in seria difficoltà i bilanci delle famiglie. Poi ha promesso che non alzerà le tasse, ripetendo il suo nuovo mantra, ormai diventato proverbiale quanto il whatever it takes: “In questo momento i soldi si danno e non si prendono”.

Poi ha lanciato la proposta, accolta con l’ennesima ovazione dalla platea degli imprenditori: quella di sedere intorno a un tavolo, industriali, sindacati e governo, per arrivare a “un patto economico, produttivo, sociale per il Paese”, con lo scopo di costruire “una prospettiva economica condivisa”. Sul piatto l’ex presidente BCE mette la condivisione di strategie per investire al meglio i 200 miliardi di euro che Bruxelles ha messo a disposizione attraverso il PNRR, senza i soliti ritardi “che hanno spesso rallentato o impedito l’uso dei fondi europei”. Il governo, ha spiegato candidamente Draghi, non può fare tutto questo lavoro da solo: gli imprenditori sono necessari perché “le buone relazioni industriali sono il pilastro di questa unità produttiva”. Poco ci è mancato che il Palazzo dello Sport di Roma, dove aveva sede il meeting, venisse giù dagli applausi.

E i sindacati? Landini deve essersi già sentito messo da parte quando, di fronte alle sue rigidità, Draghi lo aveva di fatto sostituito promettendo di rivedere il Reddito di cittadinanza ma preservandolo a difesa dei più deboli, o quando ha deciso di rendere obbligatorio il green pass in tutte le aziende. Ora sa che se deciderà di non sedersi al tavolo con Confindustria e governo Mario non avrà alcun imbarazzo ad indossare pure una pochette col simbolo della Cgil e interpretare la parte del sindacalista. Sta adesso a Landini decidere se accettare l’offerta o sancire il definitivo tramonto dei sindacati confederali. Mario è già pronto a proseguire per la sua strada.   

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