Matrimoni bancari: Mps resta single e Unicredit va subito a fare la corte a Banco Bpm

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Non riuscendo a vendere a Daniele Franco non è rimasto che comprare. Tempo. ovvero l’unica cosa che in questo momento i contribuenti italiani sono disposti a sborsare per togliersi una volta per tutte dalle scatole il Monte dei Paschi di Siena, costato finora alle tasche pubbliche – e quindi a chiunque paga le tasse – ben 30 miliardi di euro. Più della maxi manovra in procinto di essere varata dall’esecutivo.

Franco e Draghi dovrà ora convincere la commissaria UE alla Concorrenza Margrethe Vestager a concedere una proroga dei tempi di uscita del Tesoro da Montepaschi, attualmente prevista alla fine del 2021. Se a palazzo Chigi riusciranno a strappare un altro annetto di mantenimento della proprietà di MPS si potrebbe forse provare a rafforzare la banca con un aumento di capitale raccogliendo risorse sul mercato, da altre banche o da fondi d’investimento, puntando sul fatto che in questi anni la banca è stata gestita in maniera oculata e prudente. A giugno ha chiuso con 200 milioni di utile, un risultato uguagliato da poche banche in Italia. Bisognerà poi ridurre i costi operativi, e per farlo è prevista la solita soluzione, ovvero ricorrere ai tagli al personale. La cifra finale oscillerà da qualche parte tra i 3200 esuberi (previsti nel piano di gennaio 2021) e i 7mila che erano stati proposti da Orcel come condizione per prendersi la parte sana della banca senese.

È probabile che la prima parte dell’operazione – guadagnare tempo – avrà successo, sia perché le cambiali firmate da Draghi sono accettate ovunque in Europa, sia perché la Vestager sa di avere un forte debito con il sistema bancario italiano, che contribuì a mettere in ginocchio quando impedì l’utilizzo del Fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare Tercas, giudicandolo un aiuto di stato illegittimo. Una decisione che la Corte UE ammise poi essere errata, ma ormai il danno (fallimento della banca e danni per 1,5 miliardi di euro al sistema creditizio nazionale) era stato fatto.

Sulla seconda parte – ovvero il rafforzamento di MPS fino al punto di renderla in grado di procedere sulle sue gambe o almeno di essere venduta a condizioni migliori di quelle richieste da Unicredit – la partita è molto più incerta. Tanto più che Unicredit non sembra affatto intenzionata a tornare sui suoi passi; secondo gli investitori, che ne hanno premiato ieri il titolo in Borsa, Banco BPM è il vero obiettivo di Orcel. La banca guidata da Giuseppe Castagna gode infatti di ottima salute ed è radicatissima in Lombardia e Veneto, le due regioni meglio preparate al rilancio dell’economia grazie ai fondi del PNRR. L’impressione è che Unicredit non sia mai stata intenzionata ad accollarsi MPS – fossero pure le sue parti pregiate – e abbia avanzato richieste esose al Mef proprio per sentirsi opporre un rifiuto e liberarsi dall’impegno. Le dichiarazioni di Orcel – che in una lettera ai suoi dipendenti ha spiegato di aver messo in chiaro “all’inizio della trattativa una serie di condizioni e principi” che “sfortunatamente si è concluso non potevano essere soddisfatti” – suonano più come un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo che una manifestazione di rammarico.

Rammarico che deve sentire invece il ministro Daniele Franco il quale, se è stato coraggioso a non cedere a delle condizioni irricevibili da parte della banca milanese, dovrà ora ingegnarsi a trovare un partner per una banca che nessuno vuole o renderla forte abbastanza da tirare avanti da sola. Non c’è dubbio che una soluzione però vorrà trovata: questo governo – si veda il caso Alitalia, risolto in maniera brusca ma definitiva dopo un ventennio di rimpalli e rinvii – ha in testa di chiudere tutti i dossier che i precedenti governi avevano lasciati aperti per mancanza di coraggio o manifesta incapacità.

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