Paradosso ecologico: l’Europa è l’unico continente verde ma siamo gli unici a sentirci in colpa

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Ricordate cosa dicevano gli ambientalisti quando si faceva notare loro che la Cina era diventata il primo produttore di CO2 al mondo? Che loro erano tanti, che se andavi a dividere le emissioni per numero di abitanti la Cina era ancora un paese “sostenibile” a confronto con i paesi occidentali sporchi e cattivi. Beh, anche volendo prendere per buona questa argomentazione i seguaci di Greta dovrebbero dare un’occhiata agli ultimi dati pubblicati da Worldometer, un’associazione di ricercatori e volontari che rende disponibili online statistiche su dati economici che collabora tra gli altri col Financial Times, il New York Times, la BBC e il governo britannico.

Beh, secondo loro già oggi la Cina produce più emissioni per individuo dell’Italia (7.4 tonnellate a testa contro le 5,9 nostre) e di altri paesi europei come il Regno Unito, la Spagna, la Francia, il Portogallo. Tra i grandi paesi europei solo i tedeschi, che amano votare Verdi non essendolo per nulla, inquinano più dei cinesi. Questo dato è un bel punto di partenza sul quale riflettere per analizzare l’ultima notizia arrivata in vista del meeting COP26 sul clima in programma domenica a Glasgow: poche ore fa la Cina ha infatti presentato il suo nuovo piano sul taglio delle emissioni, col quale ha di fatto annunciato che non ha intenzione di tagliare un bel niente.

Pechino si è impegnata a raggiungere la neutralità del carbonio per il 2060, spiegando che di qui al 2030 si aspetta di aumentare le emissioni, aggiungendo inoltre che nei prossimi quattro anni continuerà ad aumentare la produzione di energia elettrica mediante centrali a carbone, le più inquinanti – e le più economiche – al mondo. Infine, per evitare incontri imbarazzanti e critiche pubbliche, il presidente Xi Jinping ha annunciato che non parteciperà al meeting di Glasgow, al quale saranno invece presenti i capi di stato e di governo di tutte le maggiori potenze mondiali, Russia esclusa.

Ovviamente l’India, terzo emettitore di CO2 dopo Cina e Stati Uniti, si è sentita autorizzata a evitare di assumersi qualunque impegno, tanto che il ministro dell’Ambiente (!) Rameshwas Gupta ha dichiarato tranquillamente che “dipendiamo dal consumo di carbone e siamo intenzionati a continuare così”, rifiutandosi di diffondere anche solo un vago programma per il raggiungimento della neutralità climatica e annunciando la costruzione di 200 nuovi aeroporti nel paese nei prossimi tre anni.

È ovvio che, stando così le cose, l’incontro di Glasgow sembra destinato a rivelarsi solo una scomoda vetrina per i leader occidentali, che hanno già chiesto ai loro cittadini pesanti sacrifici in termini economici per diminuire ulteriormente le emissioni ma sanno perfettamente che senza impegni seri dei grandi inquinatori questi sforzi rischiano di rivelarsi inutili.

L’unico possibile alleato, a questo punto, è proprio il cambiamento climatico. La Cina non si sente obbligata a diminuire le emissioni per far contenta l’Onu, è vero, ma potrebbe essere presto costretta a farlo perché l’intero paese sta finendo avvelenato da un tasso d’inquinamento folle. In Cina vive il 20 per cento della popolazione mondiale, ma lì si concentra appena il 6 per cento di riserve di acqua pulita, tanto che il nord del paese ha già cominciato a subire le conseguenze della desertificazione, mentre le foreste spariscono a una velocità preoccupante.

Alla fine sarà solo la dura realtà, non certo gli appelli di Biden e Merkel, a convincere i cinesi che le politiche verdi non sono una moda occidentale, ma una urgente necessità. Ma se davvero la Cina continuerà ad aumentare le sue emissioni fino al 2030 potrebbe comunque essere troppo tardi.

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