COP26: nella lotta al cambiamento climatico non vince nessuno

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E il vincitore è… nessuno. Un nessuno che si posiziona anche al secondo e al terzo posto, lasciando al quarto la Danimarca e al quinto la Svezia. È questa l’assurda classifica per la lotta alla crisi climatica delle 63 maggiori economie del pianeta, che messe insieme rappresentano il 92% delle emissioni globali, secondo il rapporto annuale di Germanwatch, NewClimate Institut e Legambiente. Il podio è vuoto perché nessun paese ha raggiunto le performance minime per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi come previsto dagli accordi di Parigi.

Secondo l’analisi delle organizzazioni ambientali “nessun Paese sta facendo abbastanza per prevenire il pericoloso cambiamento climatico” e quel che è peggio è che le economie più inquinanti stanno persino peggiorando le proprie performance, ignorando bellamente gli impegni appena presi alla conferenza COP26 di Glasgow.

La Cina, da tempo il primo emettitore globale, è scesa di quattro posizioni (finendo al 37esimo posto) perché continua ad aumentare l’impiego delle centrali a carbone e il suo sistema produttivo continua a essere inefficiente. Ma gli Stati Uniti, il cui ex presidente Obama è andato proprio ieri a Glasgow a ripetere la sua lezioncina ecologista al resto del mondo, fanno persino peggio: a causa dell’enorme consumo pro-capite dei suoi abitanti si piazzano al 55esimo posto.

Un po’ migliore la performance dell’Italia, che si assesta al 30esimo posto perdendo però tre posizioni a causa del rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili e per la mancanza di una chiara politica climatica nazionale, che comincia a delinearsi solo in questi mesi grazie agli investimenti previsti dal PNRR. Il nostro Paese si appresta a spendere ben 70 miliardi per realizzare la transizione ecologica e affrontare l’emergenza climatica.

Va detto che la classifica utilizza un sistema un po’ bizantino per stilare la sua lista di buoni e cattivi (o meglio, di cattivi e più cattivi). In pratica il risultato viene calcolato usando il Climate Change Performance Index (Ccpi), che si basa per il 40% sul trend delle emissioni, per il 20% sullo sviluppo sia delle rinnovabili che dell’efficienza energetica e per il restante 20% sulla politica climatica. I risultati ottenuti a volte lasciano spiazzati: grazie alle basse emissioni di CO2 pro-capite l’India si posiziona infatti a un onorevole decimo posto, nonostante abbia appena rimandato al 2070 l’obiettivo delle emissioni zero e continui a puntare sulle centrali a carbone per approvvigionarsi di energia elettrica.

Nel frattempo a Glasgow continua il blablabla (almeno secondo Greta e i suoi seguaci) dei capi di stato e di governo, che oggi hanno discusso di come contrastare le discriminazioni di genere anche nella lotta climatica; un tema che sembra voler mettere insieme un po’ di temi di moda in questi mesi più per esigenze di pubbliche relazioni che altro. Riesce in effetti difficile capire in che modo la lotta per la parità di genere possa essere collegata al problema dell’innalzamento delle temperature. E mentre si discute le emissioni di CO2 crescono: di qui al 2050 sono destinate a salire del 18 per cento. Il podio dei più bravi sembra destinato a restare vuoto ancora a lungo.

 

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