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Verde Glasgow o grigio Pechino? Perché CoP26 non è la soluzione

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La CoP26 sta già sortendo gli effetti sperati? Per provare a rispondere a questa domanda bisogna spostarci da Glasgow, con un volo di ben 7985 km, e atterrare nella città di Pechino, Cina.

Nella giornata del 6 novembre scorso, poche ore dopo la mancata apposizione di una firma della Repubblica Popolare Cinese (e purtroppo non è sola) agli accordi sul carbone atti a bloccare entro la fine del 2022 gli investimenti legati ai combustibili fossili, l’aria nella capitale cinese risultava quasi del tutto irrespirabile, tanto da rendere necessaria la chiusura di attività all’aperto, parchi, autostrade e tutto ciò che non fosse strettamente necessario per il sostentamento della popolazione. Il perché è molto facile da intendere, basta pensare all’incremento produttivo, avvenuto nell’Impero celeste, di milioni di tonnellate di carbone dal mese di settembre 2021 al mese di ottobre 2021 ma soprattutto al sempre crescente utilizzo della risorsa fossile per la produzione di energia elettrica. Quello sopra citato, però, non è il solo accordo che la Cina non ha sottoscritto.

Omessa è stata anche la segnatura relativa all’accordo comune per l’uscita dal carbone entro l’anno 2030.

“Questa non è una conferenza sul clima. È un festival del greenwashing per i Paesi ricchi”, purtroppo però c’è dell’altro. Ad essere quasi completamente statici e a non prendere alcuna decisione volta a tenere a bada e combattere il cambiamento climatico sono infatti anche Paesi come l’India, l’Australia e gli Stati Uniti. Risulta poi fondamentale sottolineare che, anche se circa il 90% degli Stati si è impegnato per le emissioni zero, a non essere sempre chiari o a destare non poche preoccupazioni sono però i tempi in cui si concretizzerà questo obiettivo.

Alla luce di quanto evidenziato viene dunque da chiederci se non abbia tristemente ragione chi afferma che “ il tempo stringe e il cambiamento non verrà da conferenze come la CoP26, a meno che non ci sia una forte pressione dall’esterno”.

di Matteo Pafetti

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