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Cop 26. Allarme mutamenti climatici? Calmi, l’Apocalisse può attendere

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Che cosa ha prodotto finora la Cop 26 di Glasgow? Cerchiamo di essere sintetici, anzi onomatopeici. Tanto bla bla bla, per dirla con Greta Thunberg. Ma anche tanto brr brr, che paura! Paura? E sì. Perché, a seguire l’illustre passerella che si svolge fino al 12 novembre, il mondo avrebbe i decenni contati. «Manca un minuto a mezzanotte, dobbiamo agire adesso», ha detto, tetro, Boris Johnson. «Il tempo sta finendo davvero», gli ha fatto eco, teterrimo, Barack Obama.

Credono davvero a quello che dicono? Non è questo il punto. La questione vera è che i leader politici occidentali replicano e diffondono gli stereotipi di quel catastrofismo ecologista che impregna da anni la comunicazione mediatica. Luoghi comuni tipo: abbiamo pochi decenni per arrestare l’innalzamento della temperatura terrestre. Oppure: lo scioglimento dei ghiacci produrrà l’aumento del livello dei mari, con la conseguente scomparsa di tante isole e di tante zone costiere della Terra. Romantici tour alle Maldive addio. Il fatto è che l’ecologia, da scienza e pratica del buon senso, è diventata una nuova religione, con un potente apparato apocalittico.

Tutto bene Madama la Marchesa? Hanno ragione i negazionisti come il chimico Franco Battaglia che da anni si batte per smentire i propagandisti dell’emergenza climatica? No, il problema esiste, eccome se esiste. Solo che l’Apocalisse può attendere, come ci ricordano diversi ex ecologisti arrabbiati. Ad esempio Chicco Testa e, soprattutto, Michael Shellenberger, che ha deciso, a un certo punto delle sua vita, di mettere in seria discussione gli stereotipi eco-terrorizzanti di cui si era fino ad allora fatto portavoce. Non è con la paura – dice l’ex attivista green in un libro che si intitola per l’appunto L’Apocalisse può attendere (Marsilio)- che si vince la battaglia ambientale, ma con un sano pragmatismo e puntando le carte sull’innovazione tecnologica. Quella che ad esempio servirebbe all’Africa per sviluppare una seria politica energetica. In molti paesi africani la fonte di energia più utilizzata è la combustione della legna, che è di gran lunga la fonte più inquinante. Persino il carbone permetterebbe al “Continente nero” di ridurre le emissioni nocive. Quanto poi al clima, i cambiamenti sono sempre avvenuti nella storia (spaventosi quelli del XIV secolo, cui si aggiunse la pandemia della peste bubbonica), ma l’umanità si è adattata ed è andata avanti.

Per ironia della sorte, i grandi della Terra si riuniscono a Glasgow mentre infuria l’aumento del prezzo del gas e del petrolio, che sta mettendo sotto forte stress l’economia mondiale. Tra le varie cause del caro-petrolio, c’è il fatto che l’estate scorsa non c’è stato vento nell’area geografica tra Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna e Irlanda, circostanza che ha messo in crisi la produzione dell’energia eolica.

Le fonti alternative sono belle e pulite. Ma tremendamente povere e precarie. Se ci affidassimo esclusivamente a sole e vento, prima di sviluppare una tecnologia adatta a soddisfare il fabbisogno energetico mondiale con zero emissioni, allora sì che l’umanità rischierebbe l’estinzione. Non per i mutamenti climatici. Ma per fame, povertà e regresso generalizzato.

In conclusione, una deliziosa ciliegina che non guasta. Il Ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali ci ha informato che «la superficie boschiva nazionale è aumentata in dieci anni di 587.000 ettari», raggiungendo il 36,7 per cento del territorio nazionale. In Italia, la natura comincia a prendersi qualche rivincita su cemento e brutture varie. Con buona pace dei catastrofisti. Più o meno convinti.

di Aldo Di Lello

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