Inflazione o depressione? Il dilemma che le banche centrali devono risolvere

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È vero, le banche centrali sono un’istituzione noiosa, quello che fanno è complicato da capire e quindi ogni volta che compaiono sui giornali si finisce per passare subito all’articolo successivo leggendo a malapena il titolo. Tanto quello di cui si occupano mica ci riguarda, giusto? Sbagliato. Una singola decisione di una banca centrale ha più effetti su di noi – sui nostri conti correnti, sui nostri posti di lavoro, sulle nostre bollette – di un intero anno di decisioni di politica economica del governo su pensioni, licenziamenti e redditi di cittadinanza assortiti.

Prendiamo l’inflazione, ormai in aumento in tutto il mondo tanto da aver già mangiato buona parte di quel tanto di ripresa economica post-covid ottenuta nei mesi scorsa. Per ora in Italia l’abbiamo vista all’opera soprattutto nel costo del carburante, ma a breve vedremo aumenti importanti anche sulle bollette del gas e della luce, al supermercato e via dicendo. L’aumento dei prezzi ormai ha raggiunto i massimi da trent’anni a questa parte: negli Stati Uniti sono saliti dello 0,9% a ottobre, portando la crescita complessiva su base annuale al 6,2%. In Europa le cose vanno un po’ meglio solo perché lo stimolo economico è stato più modesto di quello Usa, limitando la ripresa ma pure l’inflazione. Secondo Eurostat, l’agenzia statistica della UE, quest’anno dovremmo assestarsi su un +4,1%, quasi il triplo dell’era pre-Covid. Considerando che gli stipendi sono fermi o quasi (in Italia anzi sono addirittura scesi) si capisce che questa situazione non è sostenibile per le finanze delle famiglie.

Possiamo sperare che Draghi intervenga, ma la verità è che solo le banche centrali possono farci qualcosa. Con un’inflazione ormai stabilmente in aumento l’unica possibilità che ci resta è aumentare i tassi d’interesse, ovvero il costo del denaro che, passando attraverso le banche, si ripercuote sul credito concesso a famiglie e imprese. Alzandoli, il costo del denaro sarà maggiore e quindi diminuirà l’offerta di moneta in circolazione: come risultato, i prezzi cominceranno finalmente a scendere.

Il problema è che così facendo si rischia di deprimere la ripresa economica, perché con tassi meno convenienti meno aziende e cittadini chiederanno prestiti, diminuendo l’attività economica. Ecco perché finora la BCE ha deciso di tenere i tassi a livello bassissimo; sa che alzandoli rischia di mettere a rischio la ripresa dell’eurozona, soprattutto dei paesi più indebitati come l’Italia. Ma non facendo nulla l’inflazione si mangerà comunque la ripresa, lasciando i cittadini più poveri di prima.

Una soluzione efficace purtroppo non c’è. Ecco perché i banchieri centrali stanno continuando a prendere tempo sperando che l’inflazione si fermi da sé, ma anche gli economisti più ottimisti si sono convinti che questo non accadrà. L’inflazione non sta funzionando come un proiettile sparato in aria, che dopo la spinta iniziale perde velocità e infine si ferma, ma come una valanga che più procede più prende forza e velocità. Il guaio è che più si aspetta più sarà necessario, per fermare la valanga, agire con maggiore forza e quindi imporre tassi d’interesse tanto alti da deprimere l’economia e causando forse una seconda crisi economiche, che per paesi in ripresa come l’Italia potrebbe essere un colpo peggiore di quello subito nel 2012. No, non è facile fare i banchieri centrali.

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