Al lavoro a settant’anni: l’Ocse svela all’Italia le conseguenze di Quota100

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Mentre CGIL e CISL scioperano contro il governo che mantiene l’età pensionabile intorno ai 62 anni – la più bassa d’Europa – l’Ocse ci ricorda cosa succederà tra qualche decennio se continueremo a lasciare il lavoro così presto. Secondo il rapporto Pensions at glance, appena diffuso dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, un giovane che entra oggi nel mercato del lavoro è destinato a restare al suo posto fino ai 71 anni, contro i 66 della media Ue. Insomma non solo Quota100 e Opzione donna, ma pure la riforma Fornero sembreranno dei felici ricordi di un tempo andato.

I motivi di questa condanna al lavoro fino alla terza età sono sempre i soliti, ma dato che in Italia preferiamo continuare a scordarceli vale la pena fare un ripassino: prima di tutto l’invecchiamento continuo della popolazione, dovuto all’aumento della speranza di vita – e questa è una buona notizia, ci mancherebbe – ma pure a una continua diminuzione delle nascite che nel 2020 ha visto l’ennesimo record negativo. Con appena 401mila nati siamo al 13esimo anno di calo consecutivo. Cosa significa? Che se nel 1990 l’età media era di 37 anni oggi siamo ormai sui 46 anni, con evidenti effetti sulla popolazione in età lavorativa. Se non si interviene subito nel giro di trent’anni l’Italia sarà una popolazione di pensionati, senza più lavoratori in attività per pagare i contributi. Di qui al 2050 ci saranno infatti 74 over65 ogni cento persone in età “da lavoro”, ovvero tra 20 e 64 anni.

L’altro problema sono ovviamente le politiche previdenziali del passato (e del presente), dalle baby pensioni degli spensierati anni craxiani alla Quota100 ancora difesa da Salvini. Secondo l’Ocse l’Italia spende in pensioni – in percentuale rispetto al Pil – più di qualunque altro paese europeo a eccezione della Grecia, e questa spesa è in costante aumento. Se nel 2000 “consumava” il 13,2% del Pil oggi siamo arrivati al 15,4%. Un dato che ci preoccupa anche perché, sempre secondo l’Ocse, più spesa per le pensioni significa più pressione fiscale, e in paesi in testa alla classifica della pressione fiscale sono quelli più in basso nella classifica sulla crescita del Pil.

Questa fuga dal lavoro, anche per chi è riuscito a ritirarsi col sistema retributivo, non è stata molto conveniente neanche per i pensionati: il reddito medio degli italiani che hanno più di 65 anni è infatti non solo del 12% inferiore rispetto alla media dei paesi Ocse, ma è soprattutto più basso del 15% rispetto agli over 65 italiani di appena vent’anni fa.

Una riforma delle pensioni è quindi urgente, perché più tardi si interviene maggiore sarà il peso sul sistema pensionistico che pesa sulle nuove generazioni, attuali e future. Ma se i sindacati sono riusciti a scioperare contro un governo che ha abbassato le tasse a tutti i cittadini possiamo solo immaginare cosa combineranno Cgil e Uil se Draghi si azzarderà a proporre di tornare alla riforma Fornero. Di fronte a questi scenari non saremmo stupiti se scoprissimo che il premier, dopotutto, sarebbe felice di “pensionarsi” andando a fare il padre della patria al Quirinale e lasciando a qualcun altro la faticosa lotta quotidiana con partiti, sindacati e società civile.

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