Piazza Fontana strage impunita? La scomoda verità…

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Ogni anno, il 12 dicembre, giorno della strage di piazza Fontana, parte regolarmente la lamentazione sull’assenza di colpevoli e di condanne definitive. Trentasei anni di indagini, cinque istruttorie, dieci processi non hanno condotto ad alcuna verità giudiziaria. La pietra tombale è stata posta nel 2005 dalla Corte di Cassazione, che ha sancito l’assoluzione degli imputati nell’ultimo processo (Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni) pur riconoscendo, beffardamente, che la responsabilità della strage è di «Freda e Ventura, anche se assolti nei procedimenti a suo tempo celebratisi a loro carico». Una “condanna” quindi meramente morale.

I motivi di questo pauroso buco giudiziario? Innanzi tutto lo “spezzatino” processuale: è arduo, in trentasei anni, mettere insieme tutte le testimonianze, i riscontri, le prove acquisite nel corso delle cinque inchieste. Ci sono poi, naturalmente, i depistaggi , l’inquinamento probatorio effettuato dai servizi, gli omissis di Stato.

Ma c’è anche un terzo motivo: la guerra tra magistrati che scoppia nel corso della quinta istruttoria, quando la verità è prossima a una complessiva definizione. Per l’esattezza si tratta della guerra che la Procura di Venezia muove contro il giudice istruttore di Milano titolare dell’ultima inchiesta. È una vicenda che non viene mai ricordata sui grandi media perché riporta a una verità scomoda: i teoremi politico-giudiziari distorcono spesso l’accertamento dei fatti.

Tutto comincia nel 1992, quando il giudice milanese ascolta l’estremista di destra Vincenzo Vinciguerra (condannato per la strage di Peteano) nel carcere di Parma. A un certo punto, il detenuto spiega che l’esplosivo utilizzato nell’attentato in cui sono morti i tre carabinieri era stato rubato da una cava nei pressi di Aviano. La rivelazione di Vinciguerra contrasta con la tesi del giudice veneziano Felice Casson, secondo cui il tritolo di Peteano proverrebbe dal nascondiglio Gladio di Aurisina.

Basta questo a scatenare la guerra. Le dichiarazioni di Vinciguerra smentiscono infatti la tesi del legame stretto tra Gladio e stragi, un teorema sostenuto da Casson e dalla Procura di Venezia. Inevitabili i tuoni e i fulmini che piovono su Guido Salvini. Il teorema veneziano furoreggia tra i politici di sinistra, tra i giornalisti di sinistra e, soprattutto, tra i magistrati di sinistra.

Così scrive lo stesso giudice ne “La maledizione di piazza Fontana” (Chiarelettere 2019): «Non è cosa da poco quando non si cerca solo la verità ma una verità che “renda”. Sull’affaire Gladio infatti si sono costruiti crediti dell’autorità giudiziaria nei confronti di parte del mondo politico, si sono costruite carriere giornalistiche e parlamentari, si sono chiuse carriere militari, si sono redistribuiti alcuni equilibri politici quasi come un’anticipazione dell’inchiesta Mani Pulite. Perciò l’accostamento Gladio-stragi non doveva cadere, non importa che i fatti lo smentissero».

I guai del giudice dureranno per anni. Guido Salvini sarà sottoposto ad azione disciplinare con il pretesto di un esposto per presunte «pressioni» presentato dall’indagato Maggi contro l’ufficiale del Ros che collabora con il magistrato all’inchiesta, il capitano Giraudo.

Il caso finirà davanti al Csm. Il giudice sarà attaccato anche da Borrelli e dalla stessa Procura di Milano. Poi tutto si sgonfierà. Ma il danno ormai è fatto. L’inchiesta è stata condotta a lungo, come dice il diretto interessato, «sotto quelle spade di Damocle».

Non stupisce che l’esito finale sia un nulla di fatto. La “maledizione” di piazza Fontana è anche la maledizione di un paese che non vuole conoscere la verità. E che si nutre di teoremi, accontentandosi di mezze verità. O di verità ideologiche.

di Aldo Di Lello

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