Superinflazione? Per l’Italia potrebbe essere il male minore

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Chi ha meno di trent’anni ha avuto modo di sperimentare un po’ tutti i tipi di malanni economici – licenziamenti, lavoro in nero, evasione cronica, bassa occupazione femminile, bassa produttività, in Italia non ci siamo fatti mancare quasi niente – ma almeno l’inflazione gli era sconosciuta. Negli ultimi vent’anni i prezzi, per merito e per colpa della moneta unica, sono cresciuti a ritmi lentissimi, ristagnando insieme alla crescita del Pil.

Ma adesso, insieme alla prima forte ripresa dell’economia dai tempi di Craxi, gli italiani tornano pure a sperimentare un incremento del costo della vita che promette di mangiarsi quel tanto di sviluppo dell’economia che siamo faticosamente riusciti a conquistarci.

Qualcuno, temendo un incendio, già sta provvedendo a gettare acqua sul fuocherello acceso dai primi allarmisti: come Fabio Panetta, che nei giorni scorsi ha cercato di rassicurare i risparmiatori spiegando che circa metà dell’inflazione nell’area euro è dovuta a fattori episodici – e comunque non controllabili dalla politica monetaria – come l’aumento del costo dell’energia e di alcuni generi alimentari, aggiungendo che eliminati questi l’inflazione viaggia intorno a un rassicurante 1,5%. Di sicuro da noi la situazione è migliore che in America, dove pure togliendo le componenti volatili di alimentari ed energia l’inflazione viaggia a un +4,9% rispetto al 2020. La domanda è: dobbiamo aspettarci che la situazione diventi drammatica anche da noi?

In Europa la situazione è apparentemente migliore, anche perché le misure statali di aiuto all’economia – che sono la prima causa di questo aumento generalizzato dei prezzi – sono state molto meno generose rispetto a quelle approvate a Washington. Ma è pur vero che l’inflazione è un mostro che si genera da sé, una profezia che si autoavvera; se i consumatori sono convinti che i prezzi saliranno cominceranno a comprare convulsamente temendo un futuro aumento dei prezzi, di fatto provocandolo perché in questi frangenti la domanda supera di molto l’offerta. È esattamente quello che sta succedendo in Germania, dove l’atteggiamento generale nei confronti dell’inflazione sempre stato isterico (e infatti da quelle parti l’aumento dei prezzi rispetto allo scorso anno ha ormai superato il 5%). Dato che con i tedeschi condividiamo moneta e pure un bel pezzo di economia (le aziende del Nord Italia vivono di commesse di quelle tedesche) è probabile che questa situazione venga replicata anche da noi.

Purtroppo non ci sono molte soluzioni a questo problema, o almeno non ce ne sono di indolori: per abbattere l’inflazione l’azione certamente più efficace è diminuire il piano di acquisti pandemici o alzare i tassi d’interesse riducendo l’afflusso di denaro nell’economia. Il problema è che al solo discuterne lo spread tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi schizza verso l’alto, a dimostrazioni che i mercati, Draghi o non Draghi, non hanno alcuna fiducia che l’Italia possa sopravvivere senza le trasfusioni della Bce. Quindi prepariamoci a far conoscere ai nostri giovani un futuro di prezzi in salita; l’unica alternativa plausibile è molto peggiore per i destini del nostro Paese.

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