Il Cnel, dopo aver pensionato Renzi, lancia l’allarme sul lavoro dei giovani

2 minuti di lettura

Un carrozzone pubblico, inutile e ridondante che avrebbe dovuto essere cancellato dalla sospirata riforma costituzionale; questo era il Cnel nel 2016, quando l’allora premier Matteo Renzi sembrava imbattibile, forte del 40% di consensi ottenuto alle Europee. Ma a distanza di cinque anni scopriamo che a finire rottamato è stato invece l’ex segretario del Pd, ridotto a fare il leader di un partitino accreditato a malapena del 2% dei consensi, mentre il Cnel sembra passarsela benissimo. Tanto da ottenere una grande risposta mediatica quando ha diffuso i dati del suo ultimo rapporto sul mercato del lavoro, che raccontano una realtà molto meno rosea di quella descritta dai fan del governo Draghi.

Secondo il Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro (questo vuol dire Cnel), l’Italia non solo può contare su pochi giovani in età da lavoro, ma quelli che non emigrano sono in gran parte disoccupati e per nulla intenzionati a cercarsi un impiego. I numeri sono impietosi, da allarme rosso; il tasso di occupazione nella fascia 15-24 anni è crollato dal 25,7% del 2005 al 16,8% del 2020, mentre nella fascia 30-34 siamo scesi dal 74,5% al 66,9%.

Qualcuno potrebbe obiettare che i giovani “persi” tra fabbriche e uffici sono impegnati a studiare per assicurarsi una carriera migliore, ma anche qui i dati raccontano una situazione diversa; tra i 20 e i 34 anni, quindi nella fascia che comprende studi universitari e post-universitari (fuoricorso compresi), il 30,7% non fa assolutamente nulla, non studia e non lavora. La media europea, tanto per fare un confronto veloce, è appena del 12,3%.

A rendere ancora più desolante il quadro è il fatto che i più in difficoltà sono i giovani con un titolo di studio inferiore. Se i laureati tutto sommato non se la passano benissimo, tra i diplomati si nota un evidente aumento della disoccupazione. Rispetto al quarto trimestre del 2019 – quindi appena prima che il Covid cominciasse a mordere – risultano impiegati l’1,7% in meno di giovani che hanno un diploma di scuola superiore. Parliamo di 184mila giovani occupati in meno, quasi tutti finiti tra gli inattivi, troppo scoraggiati per cercare di trovare un nuovo lavoro o rimettersi a studiare.

Tiziano Treu, che del Cnel è il presidente, ha cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno: “Il Paese è in condizioni migliori rispetto al dicembre 2020, le debolezze del nostro mercato del lavoro, accentuate dalla pandemia risultano in parte superate”; ma i problemi strutturali – ovvero l’occupazione degli strati della cittadinanza e delle zone d’Italia più in difficoltà – rimangono gli stessi anche dopo quasi un anno di “cura Draghi”. Non solo i giovani, ma anche le donne e in generale i cittadini che vivono nel Sud Italia sembrano non riuscire a riprendersi dal baratro Covid.

A sentire Treu, ce la faremo: “Tutti i dati mostrano segnali di una ripresa economica consistente, anzi superiore alle aspettative e alle medie europee” spiega, anche se deve riconoscere che “resta molta strada da fare per recuperare i posti di lavoro perduti soprattutto da donne e giovani. Le forme di lavoro precario, come il part-time involontario e i contratti a termine sono diffuse ed elevate, ma per contrastare queste forme di precarietà possono essere solo parzialmente utili i vari tipi di incentivi alla stabilizzazione, anche più durevoli e mirati di molti disposti in passato”. C’è da sperare che il Cnel ci abbia azzeccato; in fondo di posti di lavoro salvati all’ultimo minuto (i loro) sono dei grandi esperti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

La Salute Vien Mangiando – Calo del desiderio? Ecco da cosa deriva

Articolo successivo

Salute Magazine – 31/12/2021

0  0,00