Arrendiamoci, la Francia è l’unica speranza rimasta all’Europa

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Ogni popolo, in ogni momento della storia, è riuscito a conservarsi in salute finché ha potuto assicurarsi una difesa efficace contro i potenziali assalitori e risorse sufficienti a produrre beni e servizi. Bene, a costo di rischiare di sembrare melodrammatici dobbiamo ammettere che in questo momento il popolo europeo non riesce a fare né l’una né l’altra cosa.

Non sa come impedire a Putin di invadere l’Ucraina, un paese che, pur non essendo parte dell’Unione, è un nostro partner e soprattutto confina con la Ue. Non sa come ottenere l’energia e le materie prime che servono a far funzionare le sue industrie e i suoi impianti di riscaldamento se non mettendosi alla mercé di dittatori che quella energia gliela forniscono.

Ed ecco spiegato perché la Germania, che spedisce senza problemi armi in tutto il Medio oriente, ha deciso di non vendere armi all’Ucraina “per preservare la pace”, in realtà preoccupandosi solo di non irritare Mosca.

Ma anche senza guardare all’Ucraina, basta pensare a quello che sta succedendo in Lituania, che è uno stato membro. Poiché Vilnius ha “osato” rafforzare i suoi legami con Taiwan, Pechino l’ha fatta oggetto di una spietata guerra commerciale, nella totale indifferenza di Bruxelles, che non vuole irritare il gigante comunista. A frenare è tanto per cambiare Berlino, che ha tra l’altro appena fatto sapere che la Cina è stata il suo principale partner commerciale per il quinto anno consecutivo.

È davvero difficile capire come sia possibile che un gigante che conta 450milioni di abitanti e produce tre volte la ricchezza della Cina sia costretta a restare sotto scacco di un paese come la Russia, che ha un’economia in completo disarmo se non fosse per le sue esportazioni di combustibili fossili. Il fatto è che presi singolarmente gli stati europei, Germania compresa, sono dei pesi mosca sullo scacchiere internazionale e non avranno più alcuna possibilità di far sentire la loro voce nei grandi summit se non impareranno a parlare in coro. Il guaio è che più che un coro quello europeo è una gazzarra da stadio. I paesi europei non fanno altro che urlarsi a vicenda, senza capire di essere tutti parte, volenti o nolenti, di un destino comune. Ma così non si fa che facilitare paesi più grandi, anche se meno sviluppati dal punto di vista economico e sociale, che riescono però a parlare con una sola voce. Sembra di essere tornati all’Italia del Cinquecento, splendida e ricca ma divisa in tanti staterelli in perenne lotta tra loro, che finì così per essere conquistata un pezzo alla volta dalle più arretrate, ma unite, Francia e Spagna.

L’unica speranza per l’Europa è che emerga un principe in grado di guidarla e quel principe, per quanto ci spiaccia doverlo ammettere, non può che essere Macron, l’unico leader europeo che sia a capo di un paese abbastanza forte e in salute (cosa che l’Italia non è) e pure in grado di guidare un movimento unitario a livello continentale (cosa che la Germania non vuole e non sa fare).

Il primo banco di prova per il capo dell’Eliseo sarà la politica energetica: Macron dovrebbe cercare di convincere gli alleati a fare un sforzo comune verso i nuovi programmi nucleari per garantire l’approvvigionamento di energia pulita (al netto delle scorie) e soprattutto prodotta in casa, senza affidarsi alle forniture del dittatore di turno, che si fa pagare due volte; la prima in euro e la seconda in appoggio incondizionato alle sue politiche.

Se Macron riuscirà a conquistare un secondo mandato presidenziale potrebbe davvero riuscire a realizzare quel rafforzamento del quale Bruxelles ha un disperato bisogno. Altrimenti, come insegna Machiavelli, arriveranno i principi stranieri, e saranno dolori.

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