Draghi ascolta le aziende, ma ai lavoratori chi ci pensa?

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Alla fine la corazzata di Confindustria otterrà quanto richiesto: il governo ha deciso di alleggerire le bollette sulle imprese per 7,5 miliardi al termine di un incontro a Palazzo Chigi che ieri ha coinvolto in prima persona Carlo Bonomi e Mario Draghi. Per racimolarli si è deciso di utilizzare gli incassi delle aste per le emissioni di Co2 e di recuperare il restante dalle cartolarizzazioni di alcuni oneri di sistema. E per le famiglie? Un bel niente; d’altra parte i cittadini non hanno una Confindustria sulla quale contare per far sentire le loro ragioni.

Per aiutare i cittadini in difficoltà a far quadrare i conti sarebbe occorso uno scostamento di bilancio – insomma, ci sarebbe stato da fare nuovi debiti – e su questo punto Draghi è ancora irremovibile. Ma con questa condotta, che prevede porte aperte alle richieste degli industriali e scarsa attenzione a tutti gli altri, questo governo dei migliori rischia seriamente di cominciare a sembrare un po’ troppo simile al governo dei professori guidato dall’altro Mario, quel Monti che tanti ancora ricordano con raccapriccio.

Per carità, l’emergenza va risolta e non aiutare le imprese alla lunga significa mettere in difficoltà chi lavora, ma questi aiuti a pioggia rischiano di tenere a galla aziende che nel nuovo ambiente economico – sempre più competitivo e attento alla questione consumi di energia/inquinamento – sarebbero a breve comunque costrette a gettare la spugna. Soprattutto se parliamo di società che pagano i loro dipendenti una somma insufficiente a vivere degnamente.

Non è possibile infatti non paragonare l’attenzione del governo alle ragioni dei datori di lavoro all’indifferenza nei confronti dei salariati. Secondo una stima del “Gruppo di lavoro sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa” ben il 24% degli occupati in Italia è un working poor, ovvero non guadagna abbastanza per restare al di sopra della soglia di povertà. Parliamo di un lavoratore su quattro, in un Paese che almeno in teoria resta tra i più ricchi al mondo. Il paradosso è che questo gruppo di lavoro, guidato dall’economista dell’Ocse, Andrea Garnero, è stato voluto dal ministro del Lavoro Andrea Orlando. Eppure i pesi massimi del governo si sono ben guardati dallo spiegare come intendono affrontare una situazione che è già oggi insostenibile e che, con la revisione del Reddito di cittadinanza, rischia di diventare ancora più esplosiva.

L’unica soluzione concreta sembra essere quella del salario minimo, che però è osteggiato sia da Confindustria (per ovvie ragioni) sia dai sindacati, che temono di perdere potere contrattuale rispetto alle aziende e sono quindi disposte a sacrificare il benessere dei lavoratori più deboli pur di mantenere il proprio. Ma i risultati dello strapotere di questi ultimi sono sotto gli occhi di tutti: secondo il Cnel oggi in Italia esistono ben 854 contratti nazionali di lavoro, circa la metà dei quali sottoscritti da sindacati piccolissimi, spesso agli ordini diretti dei capi azienda, che spesso si disinteressano dell’interesse dei lavoratori e accettano condizioni di lavoro e salari vergognosi.

Se Cgil, Cisl e Uil intendono provare a risolvere il problema dei lavoratori poveri devono affrontare la sfida del minimo salariale e soprattutto imparare a parlamentare con il governo in maniera costruttiva. Visto il recente – e fallimentare – sciopero generale nutriamo fiducia nella Cisl, un po’ meno negli altri.

 

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