Ce l’eravamo immaginato come un piano Marshall, con Bruxelles al posto di Washington a consegnare gioiosamente miliardi a pioggia da usare a nostro piacimento; ci mancavano solo i commissari Ue impegnati a distribuire barrette di cioccolato e sigarette come una volta i soldati americani. E invece la conquista dei miliardi promessi dal Recovery Plan si sta dimostrando una questione maledettamente più difficile, e una volta tanto non per colpa dell’Europa. Il problema siamo noi, o meglio il governo Draghi, che pur essendo “dei migliori” è in enorme ritardo nella definizione delle riforme e degli investimenti necessari per ottenere i fondi. Come un governo Conte qualsiasi.
Ma andiamo con ordine: il PNRR prevede che da qui a giugno vengano realizzate 45 riforme e piani d’investimento, mentre entro dicembre ne vanno completate altre 55; altrimenti le somme destinate all’Italia non verranno consegnate. E non parliamo di riforme da poco: quella sulla concorrenza ad esempio va a toccare interessi e posizioni di rendita rimaste immutate per decenni, e coinvolgono categorie estremamente battagliere, come tassisti e balneari, quindi il rischio di non trovare un accordo nella maggioranza – e dover quindi rinunciare ai soldi europei pur di non infastidire qualche gruppo di pressione – è più che reale.
Non parliamo poi della riforma della giustizia, per realizzare la quale è stato necessario istituire gruppi tecnici di lavoro per ogni branca del diritto: civile, penale, fallimentare e via dicendo. Che questi tavoli arrivino a conclusioni tali da chiudere la riforma entro l’anno suona come pura fantascienza. Non sono meno gravosi i compiti a casa richiesti al ministro Cingolani (a lui tocca presentare un nuovo piano nazionale per la gestione dei rifiuti e i servizi idrici, la transizione ecologica e la prevenzione delle conseguenze del dissesto idrogeologico) e Speranza (se la dovrà vedere col mostruoso dossier dell’assistenza sanitaria. Potremmo andare avanti citando ogni ministro (Brunetta e la riforma integrale della PA, Colao e la realizzazione della banca ultralarga) e concludendo che, se è vero che questo governo è chiamato a realizzare riforme rimaste impantanate a volte per decenni, è vero pure che nel suo primo anno di vita ben poco è stato fatto per togliere un po’ di pratiche dal mazzo.
La verità è che l’esecutivo ha perso quasi subito la speditezza un po’ brutale che il capo del governo le aveva impresso nei primi mesi, restando subito impantanato tra i veti incrociati di una maggioranza disposta a formare un governo comune ma incapace di lavorare insieme. Per il bene del Paese ci auguriamo che, archiviata la pratica Quirinale, tutta la maggioranza si metta davvero pancia a terra per cercare di ottenere quanti più fondi europei possibile, ma considerato che i pensieri dei partiti ormai sembrano indirizzati quasi esclusivamente alla riforma della legge elettorale (e quindi alle prossime elezioni), temiamo che Draghi si ritroverà a dover correggere proposte di riforma pasticciate e incoerenti, che di sicuro sarebbero bocciate da Bruxelles.
Se falliremo l’ottenimento dei 191 miliardi destinati a Roma, l’ammodernamento dell’Italia dal punto di vista infrastrutturale, tecnologico e finanziario diventerà impossibile, condannando il belpaese a un futuro di totale irrilevanza e povertà diffusa. Se non vogliamo diventare la Grecia del prossimo decennio sarà bene che il governo “dei migliori” cerchi di essere almeno un governo dignitoso.


