Sulle concessioni balneari Draghi fa il democristiano: e fa bene

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Dare ragione un po’ a tutti e non lasciare del tutto scontento nessuno; l’aurea regola che ha permesso alla Democrazia Cristiana di regnare incontrastata in Italia per quarant’anni è stata imparata pure da Mario Draghi che comunque, vale la pena ricordarlo, qualche legame con la Balena Bianca lo può vantare avendo cominciato la sua carriera politica come consigliere del ministro del Tesoro Giovanni Goria nel quinto governo Fanfani.

Non c’è dubbio che sia stato lo scudo crociato a ispirare la decisione del governo sulle concessioni balneari, che torneranno a essere messe a gara dal 1° gennaio 2024 mettendo fine a un regime di proroghe automatiche che si trascinava ormai da decenni. Ma per non far imbufalire i piccoli imprenditori che da un paio di generazioni campano sulla stessa striscetta di spiaggia, il premier ha deciso di garantire che nelle gare verranno tenuti in debita considerazione gli investimenti realizzati per attrezzare i lidi, il valore dell’azienda e persino – sarà interessante scoprire come sarà misurata – “la professionalità acquisita” da chi detiene la vecchia concessione. Insomma, per le imprese storiche sarà facile vincere la gara, ma pure chi dovesse perderla potrà contare su un indennizzo che dovrà essere pagato da chi subentrerà.

Nonostante questa soluzione decisamente soft, sufficiente comunque a consentire all’Italia di mettersi in regola con la direttiva Bolkestein che ormai dal 2006 prevede l’obbligo di rimessa al bando per alcune concessioni pubbliche, spiagge comprese. Spiagge che, è bene ricordarlo, appartengono quindi allo Stato e non agli stabilimenti che le occupano.

Con perfetto stile democristiano Draghi ha preteso che l’emendamento al disegno di legge sulla Concorrenza che affronta il tema fosse votato all’unanimità dal Consiglio dei ministri, ma poi qualche partito si è sfilato. La Lega, come se non fosse parte della maggioranza, ha subito disconosciuto il testo e ha annunciato modifiche in Parlamento “per migliorarlo in Aula”, mentre Forza Italia – il cui status di partito votato alla libera impresa e alla concorrenza è ormai poco più di una barzelletta – ha ricordato tramite il senatore Maurizio Gasparri che “quello del governo è un emendamento, non un editto” e che quindi sarà possibile stravolgerlo durante il dibattito parlamentare.

Più esplicita è stata ovviamente la Meloni, che interpretando la parte di unico partito all’opposizione – come il PCI dei bei tempi – ha accusato il governo di stare imponendo addirittura “un esproprio” (come se le spiagge appartenessero agli imprenditori che ci lucrano invece che a tutti i cittadini) e ha proposto di prorogare le concessioni per 99 anni. E pazienza se il Consiglio di Stato aveva già dichiarato inammissibile la proroga del governo Conte che si limitava a estenderle fino al 2033, e soprattutto pazienza se la proroga meloniana costerebbe miliardi di euro di multe della UE per i contribuenti italiani.

Ma super Mario, ormai divenuto più impassibile di Andreotti – a proposito, ricordiamo che Draghi divenne Direttore generale del Tesoro nel 1991, durante l’ennesimo governo del Divo Giulio – lascia fare sapendo che da questi partiti di più non è possibile ottenere e che il risultato finale, per quanto modesto, sarà sempre meglio del nulla assoluto conseguito dai vari Berlusconi, Prodi, Letta, Renzi e Conte. Tutti personaggi convinti, poverini, di poter governare gli italiani meglio dei democristiani.

 

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