Il lascito più pesante di Mani Pulite all’Italia è la giustizia come problema politico. Al centro c’è il potere immenso (e incontrollabile) dei pm. I 5 referendum ammessi dalla Consulta esprimono un disagio cresciuto in 30 anni, non solo tra i politici, ma tra i cittadini
Non tutti magari se ne accorgono. Ma una magistratura controllata solo dalla magistratura, secondo logiche di potere lottizzato (le “cordate” dentro il Csm denunciate da Luca Palamara), una simile strapotenza cresciuta in questi tre decenni di politici sotto schiaffo dei pm, non poteva che creare, come ha creato, uno squilibrio nelle istituzioni e una tensione permanente nella vita pubblica, con la giustizia convitato di pietra della politica.
Pensiamo, tanto per citare una caso recente, alla polemica scatenata da Matteo Renzi contro il pm che lo ha inquisito per i finanziamenti della Fondazione Open alla Leopolda. Forse l’ex premier sbaglia ad attaccare a testa bassa chi lo indaga. Ma forse sbaglia anche il magistrato a cercare il pelo nell’uovo, magari non per pignoleria ma per voglia di celebrità, vista la notorietà del personaggio sotto indagine. Certo è il fatto che polemiche simili non scoppierebbero se in Italia la politica e la giustizia fossero in equilibrio e se ci fosse reciproco rispetto tra giudici e politici.
Ma così non è. E non lo è, appunto, dal 1992 e dall’inchiesta Mani Pulite. Il problema non sta nel fatto che la magistratura voglia vederci chiaro in tanti episodi che riguardano la politica. Giusto, anzi doveroso. Il problema è l’enfasi smodata di certe inchieste, che spesso si ridimensionano alla fine, non prima però di aver demolito l’immagine di un personaggio o di aver alzato un inutile polverone. Non sono fatti isolati, perché rimandano a un vero e proprio “sistema”, un sistema che non si potrebbe reggere, e qui sta il punto cruciale, senza la fattiva collaborazione di un terzo soggetto: la stampa. Questo sistema lo potremmo infatti chiamare “apparato giudiziario-mediatico”.
È il caso di precisare che i giornalisti devono fare il loro mestiere. E ci mancherebbe altro. Però dobbiamo ricordare che , in quei mesi incandescenti del 1992, avviene qualcosa di nuovo e, per certi versi, di oscuro: si rompono argini e confini. L’informazione-spettacolo si fonde con la giustizia-spettacolo. Non è un gioco innocuo, perché ad andarci di mezzo è la vita delle persone.
Ecco il racconto dell’arresto in pompa magna, trent’anni fa, di un esponente politico locale. Lo sconcertante (ma emblematico) episodio è rievocato da Filippo Facci: «A Milano, la tarda sera del 28 maggio 1992, quattordici agenti irruppero a casa di un assessore regionale, a mitragliette spianate. Vi furono anche altri arresti. Intanto, davanti alla caserma della Guardia di finanza bivaccavano giornalisti, cameramen e una folla di curiosi. La via era transennata e illuminata a giorno: l’auto con a bordo l’arrestato rallentò a cinquanta metri dal bivacco per dar modo alla stampa di prepararsi, poi ripartì a sirene spiegate bloccandosi davanti all’ingresso pedonale per far sfilare gli arrestati uno a uno. Fu una ressa. L’assessore, cardiopatico e malfermo sulle gambe, fu trascinato a braccia nella calca e appena entrato in caserma crollò a terra per un edema polmonare» (“30 Aprile 1993”, Marsilio 2021).
Il patto stampa-magistratura ebbe anche l’effetto di gratificare il sadismo guardone di una parte della popolazione. Tutti (o quasi) diventarono forcaioli. Indro Montanelli, per descrivere l’ondata di giustizialismo un tanto al chilo che investì l’Italia in quel periodo, parlò di “tricoteuses”: così erano chiamate le popolane parigine che facevano allegramente la calza mentre assistevano allo spettacolo delle vittime del Terrore giacobino dirette alla ghigliottina.
Nasce probabilmente da lì anche certo rancoroso populismo che percorre la vita italiana da trent’anni e che ha gonfiato in anni recenti le vele del M5S. Cominciò allora a saltare la distinzione tra politica buona e politica corrotta. Si fece strada, nella mente di molti, l’idea che la politica fosse sinonimo di corruzione «Sgominata un’altra giunta», titolò alla fine di settembre 1992 “L’Indipendente” per dare la notizia della maxi-operazione che aveva portato all’arresto di diversi assessori abruzzesi. Dunque le giunte regionali erano equiparate, nell’immaginario giustizialista di quel periodo, alle bande di malfattori.
Le aberrazioni più grandi dell’apparato giudiziario-mediatico sono comunque di altro tipo e riguardano gli avvisi di garanzia a mezzo stampa (clamoroso quello del “Corriere della Sera” nei confronti di Silvio Berlusconi durante il suo primo governo, nel 1994) e le “fughe di notizie” sapientemente orchestrate dagli uffici giudiziari, una pratica che continua a essere diffusa, ma in cui eccelle un quotidiano, che è ormai riconosciuto come l’”organo ufficiale” delle procure.
Alla fine, cosa furono realmente Mani Pulite e il tormentone di Tangentopoli? Non una rivoluzione, ma un gigantesco trasferimento di potere. Non nacque un nuovo modo di fare Italia, ma un nuovo modo di accumulare potenza. Così dice Luca Palamara ad Alessandro Sallusti nel recentissimo “Lobby e Logge” (Rizzoli, 2022): «Per gestire il potere ci vogliono tre elementi: una procura, un uomo della polizia giudiziaria o dei servizi segreti e un giornalista».
Questo è il nuovo potere dell’Italia. Le anime belle dell’etica pubblica sono servite.
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