La banalità del male

lunedì, 21 Febbraio 2022
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Nel 1963 la filosofa Hannah Arendt pubblica “La banalità del male” in cui presenta il resoconto e le considerazioni sul processo Eichmann che aveva seguito, come inviata della rivista New Yorker, a Gerusalemme nel 1961. Durante il processo la Arendt confessa di essersi sentita scioccata perché tutto quel che aveva ascoltato contraddiceva ogni teoria sul male. La percezione che si ha di Eichmann è quella di un uomo comune, caratterizzato dalla superficialità e dalla mediocrità, che lascia stupiti nel considerare il male commesso da lui, e cioè aver organizzato la deportazione di milioni di ebrei nei campi di concentramento.

In Eichmann la Arendt scorge non la stupidità ma qualcosa di veramente negativo: l’incapacità di pensare. Eichmann afferma che ha agito per cieca obbedienza agli ordini e, insieme con molti altri burocrati, appare non come un mostro ma come uomo perfettamente “normale”. Dietro questa terribile normalità, con cui si commettono atti mostruosi, la Arendt rintraccia la questione della banalità del male. Il guaio è che di uomini come Eichmann ce ne siano stati tanti, tutti terribilmente normali.

Nel libro la Arendt si chiede se la facoltà di pensare coinvolga la possibilità di evitare di fare il male. Si chiede come sia possibile che poche persone non aderiscano a quel regime, malgrado ogni coercizione. La filosofa risponde che i non partecipanti, ritenuti irresponsabili dalla maggioranza, sono gli unici che osano essere “giudicati da loro stessi” e sono capaci di farlo perché si chiedono fino a qual punto sarebbero capaci di vivere in pace con loro stessi dopo aver commesso certe azioni.

Il male quindi è legato all’incapacità di pensare, l’uso del pensiero previene il male. Il pensare ha la potenzialità di portare l’uomo a riflettere e a pronunciare un giudizio. Parla di banalità del male perché il male non ha radici, cresce in superficie. Solo il bene ha profondità.

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