L’ombra di Kafka si aggira per i corridoi della procura di Milano. Presenta aspetti grotteschi, ancorché inquietanti, la vicenda dei verbali Amara che tiene banco da mesi nella cronaca politico-giudiziaria.
È come entrare nello sconvolgente romanzo “Il Processo”, dove il visionario genio praghese profetizza l’approdo irrazionale della Giustizia. Per gli italiani di oggi questo discorso prefigura il rischio di impazzimento di una parte del potere giudiziario.
Il capitolo più recente di questo romanzo kafkiano in versione italiana è stato scritto pochi giorni fa, con il rinvio a giudizio di Piercamillo Davigo per violazione del segreto d’ufficio in relazione al verbale di interrogatorio dell’avvocato Piero Amara, tenuto dal pm milanese Paolo Storari nel novembre 2019. In quell’occasione, l’indagato ha rivelato l’esistenza di una loggia segreta denominata Ungheria, per il luogo (l’omonima piazza di Roma) in cui si sarebbero tenute le riunioni preparatorie.
Ha colpito molti il fatto che il provvedimento di rinvio a giudizio a carico di Davigo sia venuto nel trentesimo anniversario esatto, il 17 febbraio, dell’avvio dell’inchiesta Mani Pulite, evento simbolo della recente storia italiana che vide nel ruolo di protagonista proprio il magistrato oggi alla sbarra. Nemesi o beffa? Probabilmente un segnale di rottura dell’equilibrio interno della magistratura italiana.
Per capire bene di che si tratta è bene ricostruire brevemente l’intera vicenda, anche perché è una storia la cui dinamica può sfuggire al buon senso comune.
Dunque, poco più di due anni fa, il discusso faccendiere Amara, avvocato esterno dell’Eni, rivela le malefatte, a Storari e a un altro pm, Laura Pedio, di un fantomatico club massonico che punterebbe a orientare la politica giudiziaria. Il faccendiere fa una trentina di nomi eccellenti. Magistrati d’alto rango. E non solo.
Ma chi è Amara? È un soggetto incredibilmente potente, al centro da diversi anni di vicende giudiziarie da cui è uscito indenne. In quel periodo è al top della sua parabola di potere, figurando come il principale teste d’accusa, insieme con il manager Vincenzo Armanna, nel processo contro i vertici dell’Eni, l’ad Claudio Descalzi e il predecessore Paolo Scaroni, per la presunta tangente al governo nigeriano (si parlò di una stecca di 850 milioni) volta a ottenere lo sfruttamento di un pozzo petrolifero. L’accusa poi si rivelerà infondata: nel marzo del 2021 Descalzi e Scaroni saranno assolti perché il «fatto non sussiste». Ma intanto, in quell’autunno del 2019, la dirigenza del grande asset energetico italiano si trova a ballare sotto i colpi della procura di Milano. A menare le danze è un altro pezzo da novanta della magistratura, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, anch’egli tra i protagonisti della stagione di Mani Pulite. Il De Pasquale deve avercela in modo particolare con l’Eni: fu proprio lui a negare la scarcerazione a Gabriele Cagliari, presidente dell’ente energetico, che nel luglio del 1993 si trovava agli arresti per via dell’inchiesta Eni-Sai. Secondo l’avvocato di Cagliari, sarebbe stata proprio la promessa non mantenuta di scarcerazione a provocare il crollo psicologico del grand commis, al punto da provocarne il suicidio.
Nel processo contro Descalzi e Scaroni, la procura di Milano si gioca la sua credibilità. E le dichiarazioni di Amara sono oro per De Pasquale. Senonché, appunto, il faccendiere spiazza tutti con quella rivelazione sulla presunta loggia Ungheria, allargando incredibilmente il raggio d’azione, secondo i canoni della letteratura complottista italiana: non per niente Amara fa anche il nome dell’immancabile Bisignani. Manca solo il fantasma di Gelli. Ma per il resto gli ingredienti ci sono tutti.
Storari è perplesso, ma ritiene necessario andare fino in fondo. È qui però che la storia si fa intricata e comincia a rivelarsi l’impazzimento del potere: il procuratore capo Francesco Greco non autorizza l’inchiesta e il verbale finisce nel cassetto.
Storari è sempre più perplesso e decide di parlarne con Davigo, suo amico. Il famoso magistrato consegna copia dei verbali al vicepresidente del Csm, Davide Ermini. A questo punto cominciano i guai per Storari e Davigo, a carico dei quali si avvia il procedimento di violazione del segreto istruttorio.
Fin qui, siamo già a discreti livelli di alterazione istituzionale, ma non siamo ancora alla follia del potere. Ci arriviamo quando Storari rivela il motivo dello stop alle indagini sulla loggia Ungheria: il timore che tutto si potesse rivelare un bufala, con la inevitabile perdita di credibilità del teste Amara e la conseguente perdita di credibilità del processo ai vertici Eni. «De Pasquale –dichiara il pm ai colleghi della procura di Brescia, competente nei procedimenti a carico dei magistrati milanesi- disse che il fascicolo sulla Loggia Ungheria doveva restare due anni in frigorifero perché indagare avrebbe influito sul processo Eni».
Riepiloghiamo: c’è un teste double face, ritenuto un contaballe quando parla di logge segrete ma credibilissimo quando accusa di corruzione internazionale i vertici dell’Eni, non un’azienda qualsiasi ma un ente strategico per l’Italia. Che esista o non esista una loggia segreta nel cuore dello Stato è fatto ritenuto secondario, rispetto al senso di onnipotenza che può dare il determinare la condanna dei dirigenti di una delle prime aziende nazionali.
Questa storia ha per protagonista una delle principali procure italiane. Siamo o no all’impazzimento del potere? Diciamo che gli squilibri dentro la giustizia italiana sono diventati intollerabili. E, se non ci penserà il Parlamento approvando la legge proposta dalla Cartabia, sicuramente ci penserà il popolo sovrano attraverso i referendum sulla giustizia.
Il protagonista de “Il Processo” di Kafka verrà imprigionato e poi giustiziato senza mai venire a sapere il reato che gli è stato contestato. «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato». Una cosa simile è accaduta, negli ultimi trent’anni, a un discreto numero di italiani. Poi risultati innocenti.



