L’Occidente lasci perdere le armi, il punto debole della Russia è il portafogli

mercoledì, 23 Febbraio 2022
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Ricordate le pagine di geografia del sussidiario delle elementari, quelle dove stipati in due paragrafi trovavate confini, fiumi, montagne e prodotti tipici di ogni paese? Bene, l’economia della Russia sembra ferma al livello del sussidiario: mentre il mondo occidentale e l’estremo oriente hanno diversificato le loro fonti di ricchezza con servizi finanziari e tecnologici, la Russia sembra ferma ai testi della nostra infanzia. La sua economia infatti è tuttora basata sull’agricoltura, la silvicoltura, la pesca e ovviamente l’estrazione di risorse minerarie.

Parliamo di un paese che dal punto di vista del progresso economico è fermo alla caduta dell’Unione Sovietica. Persino il suo esercito, l’unica “eccellenza” locale, dipende da materiali che Mosca non è in grado di produrre in casa e che deve comprare all’estero, spesso proprio dai paesi occidentali che ora sta cercando di mettere in un angolo con l’occupazione di parte del territorio ucraino.

Il Pil della Russia poggia in maniera quasi esclusiva sull’esportazione di gas e petrolio; di fatto è un paese basato su una “monocoltura”, fragile come certi staterelli sudamericani. Nel 2014, quando il costo del petrolio era ai minimi termini, Putin non sapeva dove sbattere la testa: l’inflazione aveva superato il 9%, il rublo si era deprezzato di oltre il 50% e il debito pubblico stava salendo alle stelle. Solo il rialzo del prezzo del greggio, dovuto sia all’aumento della richiesta dei mercati emergenti che all’esclusione del mercato di un forte esportatore come l’Iran (grazie America!) ha permesso all’ex spia del KGB di rialzare la testa, approfittando di questo momento di massima dipendenza dall’Europa per sferrare un attacco a Kiev che covava dai tempi dell’invasione della Crimea.

Putin sta giocando una partita rischiosa, ma sa che se vuole davvero trasformare l’Ucraina in uno stato fantoccio come la Bielorussia, facendo arrivare le sue truppe ai confini della Ue, questo era il momento migliore per colpire: con le economie mondiali in ripresa ma ancora malconce per il Covid e bisognose di riprendere a crescere, a qualunque costo. Fosse anche consegnare un paese indipendente nelle mani di un paese ostile, come se fossimo tornati al 1938.

Ma la partita di Putin non è vinta, perché se l’Occidente non dovesse cedere, e cercasse di ottenere altrove l’energia che oggi compra da Mosca, la Russia non potrebbe resistere a lungo. È un paese privo di industrie avanzate, in cui la fuga dei cervelli aumenta ogni anno che passa (il numero di ricercatori che hanno abbandonato il Paese è cresciuto dai 14mila del 2012 ai 70mila del 2020). Questa situazione è dovuta a una precisa scelta di Putin, che ha deciso di abbandonare gli investimenti sulle innovazioni perché queste erano considerate un fattore di vivacizzazione dell’opinione pubblica e quindi una minaccia allo status quo di un paese che è diventato un regime autoritario a tutti gli effetti.

Non sorprende quindi che la situazione demografica sia disastrosa: la speranza di vita è bassa (per gli uomini è di 66 anni, come in un paese dell’Africa subsahariana) e la popolazione è in continuo calo: nel 2021 il paese poteva contare su 145 milioni di abitanti, tre milioni in meno rispetto a trent’anni fa. Per alcuni versi è stupefacente che un paese così malandato riesca a rappresentare una minaccia tanto grande per gli equilibri geopolitici mondiali. Per ricordare a Putin che la Russia sarà pure un gigante geografico e militare, ma è un nano dal punto di vista economico e finanziario, l’unica soluzione è rifiutare il loro gas e il loro petrolio. Per le nostre economie sarà dura, per la sua sarà un disastro.

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