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Ucraina, eppur si tratta. Il rischio fanatismo. Una “profezia” di Ken Follet

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“Qui lo dico e qui lo nego”: il portavoce di Boris Johnson ha smentito di aver dichiarato che lo scopo vero delle sanzioni è far dimettere Putin. Intanto però la notizia è andata in circolo. E non è stato un buon viatico per le trattative tra russi e ucraini cominciate a Chernobyl.

I negoziati sono partiti sotto una cattiva stella. Ma sono comunque partiti. Le delegazioni torneranno a vedersi nei prossimi giorni. C’è però nebbia sulle intenzioni di tutti. I negoziatori russi non avevano fatto in tempo a riprendere la via di casa che è stata diffusa la notizia di una colonna militare lunga 60 chilometri in viaggio verso Kiev. Che significa? Putin vuole forse sferrare l’attacco finale prima di cominciare realmente a trattare? Oppure si tratta del tentativo di mettere la pistola sul tavolo?

Eppur si tratta, anche se in modo singolare. Il mediatore è un oligarca russo, Roman Abramovich, con il passaporto israeliano e gli interessi finanziari in Gran Bretagna. Tra le altre cose, è anche il proprietario della squadra di calcio del Chelsea. Un vero rappresentante della global class, cosmopolita e senza radici. Non è chiaro perché sia stato scelto proprio lui. Forse funge da testa di ponte per premere sugli oligarchi. Magari con lo scopo finale di rovesciare Putin secondo l’auspicio attribuito al premier britannico?

È probabile, in ogni caso, che siamo entrati nei giorni decisivi della crisi in Ucraina. Giorni decisivi, ma delicati. E gravidi di rischi. Sia chiaro che il rischio diretto non è lo spettro della bomba atomica, evocato in questi giorni, ma il fanatismo. Il fanatismo dei russi? Certo. Ma non è da meno il fanatismo occidentale. L’imponente schieramento mediatico messo in campo allo scoppio della crisi ha avuto finora l’effetto di ricompattare l’opinione pubblica euro-atlantica. Gli editoriali dei maggiori quotidiani trasudano in questi giorni uno strano, inopinato trionfalismo occidentalista.

È una situazione pericolosa, come tutte le fasi in cui l’ideologismo annebbia la mente. Mai come oggi, bisognerebbe ascoltare gli inviti al realismo che comunque non mancano. Come quello che arriva dal politologo americano Ian Bremmer: dalla guerra in Ucraina si può uscire «concedendo qualcosa che consenta al presidente  russo di fare un passo indietro senza perdere la faccia davanti al suo popolo». Bremmer è conoscitore della mentalità e della cultura politica prevalenti in Russia, che analizza attraverso il think tank da lui fondato Eurasia Group. Secondo lo studioso, «Putin ha sbagliato i calcoli, ma non può tornare indietro».

Il consiglio è: bisogna sempre trovare una soluzione B, una exit strategy. La pace si fonda prima di tutto sulla saggezza e sull’equilibrio delle forze. Tutti elementi che gli Usa sembrano aver smarrito dopo la fine della guerra fredda, quando hanno cominciato a inseguire un rovinoso sogno unipolare. Il risultato però, almeno per quello che riguarda i rapporti con la Russia, è quello di aver creato una nuova barriera tra civiltà, quella occidentale-europea e quella eurasiatica-russa, mondi diversi e lontani ma che hanno condiviso una parte della storia in comune. Mondi che si sono fatti la guerra, ma che si sono anche parlati.

Ora, tutto rischia di saltare. «Il mondo è più grande dell’Occidente, che non lo domina più». Così certifica la nuova frattura  Est-Ovest  l’”omologo” russo di Bremmer, Dmitrij Suslov, direttore del Centro di Studi europei e internazionali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca. «Il dopo guerra fredda è finito per sempre e siamo dentro un confronto a tutto campo con l’Occidente, inclusa l’Unione Europea. Se non è una nuova Cortina di Ferro ci Manca poco».

Ricordiamo sempre che le grandi tragedie della storia avvengono per mancanza di realismo e quando gli occhi di coloro che decidono le sorti dei popoli perdono la visione dell’insieme. Vale la pena notare una singolare circostanza. Poche settimane prima  che si diffondesse la notizia dell’ammassamento di truppe russe alle frontiere con l’Ucraina, è uscito l’ultimo, ponderoso romanzo di Ken Follet, “Never” (in Italia il volume è pubblicato con il titolo “Per niente al mondo”, Mondadori).

Alla luce dei fatti di queste settimane, lo si può ben definire un romanzo profetico. Parla infatti di un mondo attraversato da tensioni e su cui incombe il rischio di un immane conflitto. Nell’incipit, lo scrittore fa un paragone tra l’oggi e la situazione che portò alla Prima guerra mondiale: «Sono rimasto scioccato nel rendermi conto che la Prima guerra mondiale è stata una guerra che “nessuno voleva”. Nessun leader europeo, dell’uno e dell’altro schieramento, aveva intenzione di arrivare a tanto. Eppure, a uno a uno, imperatori e primi ministri presero decisioni –decisioni logiche e ponderate- , ognuna delle quali condusse, a piccoli passi, nel peggior conflitto che il mondo avesse mai conosciuto».

L’opinione di Follet trova conferma nelle conclusioni di John Keegan, il grande studioso inglese della Grande Guerra. «La Prima guerra mondiale è stata un conflitto tragico ed evitabile. Evitabile perché la successione degli avvenimenti che condusse allo scoppio delle ostilità avrebbe potuto essere interrotta in qualsiasi momento nelle cinque settimane di crisi che precedettero i primi scontri armati».

È un insegnamento che dovrebbe essere tenuto presente in questi giorni in cui si prova a trattare una pace possibile, pur tra le bombe. Il problema è che, come dice il personaggio di Mago Merlino nel film “Excalibur” di John Boorman (1981), «la maledizione degli uomini è che essi dimenticano». 

 

 

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