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McDonald’s se ne va dalla Russia: un nuovo mondo è alle porte

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McDonald’s ha deciso di chiudere i suoi 850 fast food in Russia. È uno straordinario segno dei tempi. È come il passaggio di una cometa, il fiorire delle rose d’inverno, la nascita di vitelli a due teste. Un mondo nuovo è alle porte, anche se non sappiamo come sarà. Certo è il fatto che un vecchio mondo va via.

Possibile mai? Tutta questa escatologia solo perché i russi non potranno più addentare cheeseburger, deliziandosi con ketchup, senape e bastoncini di patatine fritte? È proprio così, per quanto strano possa sembrare. Il fatto è che, proprio l’apertura del primo McDonald’s a Mosca, il 31gennaio del 1990, fu considerata a sua volta un segno dei tempi che stavano allora cambiando, la fine della guerra fredda, del mondo diviso in blocchi, delle frontiere impenetrabili.

L’inaugurazione di quel locale fu un evento memorabile. Migliaia di moscoviti rimasero al freddo, per ore, formando una fila di chilometri. E basterà solo dire che un Big Mac costava quanto un abbonamento alla metropolitana. Ma a tutta quella gente non importava. Sembravano solo interessati a ottenere il privilegio di partecipare per primi al rito della nuova “religione” proveniente dall’Occidente, la “religione” del capitalismo trionfante su scala planetaria, del mondo senza distanze, improvvisamente rimpicciolito, uniformato, omologato, fraternizzato, smemorato. Un mondo felice e leggero, dove si praticavano ovunque gli stessi riti, di consumo e non.

Da Mosca arrivarono quel giorno, da inviati e corrispondenti, articoli elettrizzati ed elettrizzanti. Il fast food non era solo un’abitudine alimentare era qualcosa di più, di molto di più. Era uno stile di vita, un modo di fare, di pensare, di comportarsi. I giornalisti occidentali scrivevano eccitati che i russi rimanevano colpiti dai sorrisi e dalla gentilezza del personale McDonald’s, poiché avevano fino ad allora conosciuto i modi bruschi e spesso sgarbati degli addetti ai negozi sovietici.

In realtà, lo sbarco della multinazionale dell’hamburger a Mosca era l’evento simbolo (non il solo, certamente, ma comunque significativo) del nuovo ordine mondiale in allestimento, l’ordine incentrato sull’unilateralismo americano, che non era solo una faccenda geopolitica, ma anche economica e culturale. Tutti sorridevano. Tutti mangiavano hamburger con senape e ketchup. Tutti aspiravano a diventare un po’ americani, un po’capitalisti, un po’ consumisti, un po’ occidentalisti.

I russi cominciarono a divorare, allegri e sbigottiti, i cheeseburger, senza accorgersi che in realtà erano proprio loro i primi a essere divorati, da qualcuno, da più di qualcuno, da qualcosa che non faceva sconti ai popoli, da una mega-macchina che succhiava risorse e restituiva povertà mascherata da ricchezza. Perché questo è stato in definitiva il risultato del nuovo ordine mondiale vagheggiato nei primi anni Novanta: un impoverimento economico spacciato per libertà , un impoverimento culturale presentato come progresso, un inedito bellicismo verniciato di umanitarismo. Questo nuovo ordine è stato in realtà l’ordine della globalizzazione, della finanza totalitaria, della riduzione dei diritti sociali, delle guerre “umanitarie”, del terrorismo globale. Insomma, una grande balla e una grande mistificazione ideologica, tutte narrazioni adatte a legittimare una straordinaria accumulazione di potere, come mai era accaduto nella storia dell’umanità.

Ora quest’epoca è arrivata alla fine.  La guerra in Ucraina apre voragini nella terra e scava solchi profondi nella geografia. È finita l’illusione del mondo unificato dal neocapitalismo tronfio e trionfatore. Non è facile al momento dire come sarà la nuova epoca in arrivo. Ma è certo che si stanno rialzando le barriere sottili della geocultura e della geostoria.

Lo ha detto anche Kirill, patriarca di Mosca, massima autorità religiosa in Russia: la guerra dei russi è anche guerra a un Occidente che esporta dissoluzione. E, in modo simmetrico, un’altra religione, quella del fast food formato McDonald’s  chiude i suoi templi in una terra che ridiviene lontana, non solo geograficamente.   

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