Stiamo crollando a picco e ci sono le prove

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Nonostante l’assordante silenzio dei mass media, che trovano sempre “altre” notizie più urgenti di cui informarci, probabilmente la notizia più rilevante per milioni di italiani è che l’economia del Paese va sempre peggio, da almeno 25 anni.

Forse sarebbe ora (lo dico per i giornalisti esperti di economia) di valutare in modo più critico le politiche economiche dell’Unione Europea, aventi come caposaldo il contenimento dell’inflazione al 2% e le politiche di austerità, obiettivi che, a detta degli economisti “neoliberisti”, avrebbero dovuto garantirci, nel lungo termine una prosperità economica strutturale e solida.
Dopo 25 anni possiamo constatare che così non è stato, fra aumento della povertà e della disoccupazione, delocalizzazione all’estero o chiusura della maggior parte delle grandi imprese, fallimento di moltissime piccole imprese e riduzione del potere di acquisto dei redditi di chi ancora lavora. Che si siano sbagliati?
Televisioni e giornali neppure si pongono la domanda.
Avremo modo di affrontare la questione magari in un prossimo articolo.

Per il momento vorremmo almeno capire, nella speranza di una inversione della tendenza, se l’attuale governo di “San Mario Draghi” e del ministro dell’economia Daniele Franco sono all’altezza della situazione ovvero se stanno operando per la ripresa dell’economia italiana, come ci raccontano TV e giornali, o se invece proseguono l’opera distruttrice dei loro predecessori.

A tale scopo vogliamo analizzare il comportamento del governo riguardo alla misura economica di maggior successo degli ultimi 10 anni (almeno): il bonus fiscale del 110%.


Fonte: elaborazione dati ISTAT

La misura delle detrazioni fiscali del 110% sulle ristrutturazioni energetiche è stata introdotta nel 2020 dal secondo governo Conte, su iniziativa di diversi parlamentari, fra i quali Mario Turco, Pino Cabras e Andrea de Bertoldi, i quali, a loro volta, hanno ripreso una proposta portata avanti instancabilmente, da molti anni, degli economisti del gruppo della moneta fiscale (Marco Cattaneo, Giovanni Zibordi, Biagio Bossone, Stefano Sylos Labini, ecc.) e dall’associazione Moneta Positiva (Fabio Conditi).
Gli effetti della misura sono stati estremamente positivi per il settore dell’edilizia, che ha registrato nel 2021 (anno successivo all’introduzione del provvedimento) una crescita del 9,2%, dopo anni di sostanziale stagnazione. Tale crescita ha fatto da traino alla crescita di tutta l’economia italiana.
Se dobbiamo fare dei complimenti, li dobbiamo fare agli economisti che hanno elaborato la proposta ed ai parlamentari che l’anno promossa. Una misura certamente positiva.
Ma come si è posto il governo Draghi nei confronti di questa misura che ha ereditato?

La prima cosa che ha fatto il governo è stata quella di confermare la limitazione sostanziale della misura ad un solo settore, quello dell’edilizia. La proposta originaria prevedeva che i bonus fiscali andassero a favore di tutti i settori dell’economia, erogandoli direttamente alla fasce più povere della popolazione (quelle con maggiore propensione alla spesa), senza collegarli a specifiche attività come le ristrutturazioni energetiche. In sostanza le famiglie più povere avrebbero ricevuto “gratuitamente” dei bonus fiscali, cedibili a terzi, quindi di fatto spendibili verso qualsiasi operatore economico che paga le tasse, che li può utilizzare in futuro per ridurre i propri versamenti fiscali.
Questo provvedimento avrebbe portato fuori dalla povertà molte famiglie, generando vantaggi a tutti i settori presso i quali le famiglie fanno acquisti e, indirettamente, a tutta l’economia italiana. I bonus fiscali, infatti, sono utilizzabili per ridurre il pagamento delle tasse solo in Italia, non all’estero.
Sarebbe stata una boccata d’ossigeno per tutta l’economia italiana. Invece si è scelto di privilegiare un solo settore, il quale è addirittura arrivato ad un eccesso di domanda, il che ha portato ad importanti aumenti dei prezzi nel settore, ancora prima degli attuali aumenti causati dalle importazioni di energia.

La seconda cosa che ha fatto il governo Draghi è ribadire la “non strutturalità” del provvedimento, la cui esistenza negli anni a venire viene costantemente messa in dubbio. Se chi ci governa ha un minimo di competenze in economia, saprà benissimo che nessuna impresa (ad esempio dell’edilizia) investe per il futuro, facendo assunzioni, formando il personale, acquistando macchinari, se non ha una prospettiva abbastanza certa di crescita. Se un provvedimento che porta in un anno alla crescita dell’edilizia del 9% fosse garantito per almeno 10 anni, le imprese partirebbero con le assunzioni di personale con contratti a tempo indeterminato, dando lavoro a molti disoccupati. Invece, avendo il provvedimento il respiro di solo un anno, decidendosi solo nella legge finanziaria di fine anno se e come verrà riproposto, le imprese, sovraccariche di lavoro, cercheranno di fare utili aumentando i prezzi. E se faranno delle assunzioni, lo faranno con contratti precari.

La terza cosa che ha fatto il governo è stata confermare il ruolo delle banche come intermediarie per convertire i crediti fiscali in euro. Il 10% aggiuntivo al 100% dei bonus fiscali è stato aggiunto, con ogni evidenza, per garantire la rendite delle banche nell’operazione. Nella proposta originaria non era previsto un ruolo diretto delle banche in questo provvedimento. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze avrebbe dovuto predisporre una piattaforma di scambio dei crediti fiscali, in modo che i titolari dei bonus potessero utilizzarli come forma di pagamento parallela all’euro verso i propri fornitori. Questo senza limiti di cedibilità. Ad esempio: il condominio paga l’impresa edile usando i bonus fiscali; l’impresa edile paga i propri fornitori e i propri dipendenti: fornitori e dipendenti pagano i loro fornitori, li usano per fare la spesa, fino al momento del loro utilizzo come forma di pagamento delle tasse, da parte del detentore finale.
Essendo i crediti fiscalmente scontabili solo a partire da 2 anni dalla loro emissione, nel corso di quei 2 anni i bonus circolano, passano di mano in mano. Nessuno ha interesse a tenerli nel cassetto: nel cassetto (o in banca) conviene tenerci gli euro, che sono spendibili anche oltre i 2 anni e che sono anche spendibili all’estero. Questa differenza di spendibilità fa sì che i crediti fiscali vengano usati per le proprie spese, generando un fatturato ad ogni passaggio.
Alla fine dei conti i vari soggetti economici registrano un imponibile fiscale (legato al fatturato) molto maggiore rispetto alla situazione prima del provvedimento, per cui lo Stato incassa più tasso, al punto da compensare le perdite (a partire da 2 anni dall’emissione dei bonus) causate dallo sconto dei crediti fiscali.
Questo significa che il meccanismo di cedibilità dei crediti fiscali è ciò che garantisce la copertura economica del provvedimento.
Con l’ingresso delle banche nel gioco, invece, si è consentito fin da subito di “trasformare in euro” i bonus fiscali, cedendone la proprietà alle banche. Le quali banche, però, li trattano come uno dei molti prodotti che genera rendite finanziarie, per cui li mettono nel cassetto per 2 anni, dopo di che li utilizzano per il proprio sconto fiscale.
In questo modo i crediti fiscali cessano di circolare.
Gli euro pagati dalle banche in cambio dei bonus fiscali entrano in circolazione nel mercato, producendo un certo beneficio, ma il beneficio è molto inferiore, in quanto quegli euro posso finire a fornitori esteri (che non pagheranno le tasse in Italia) o a soggetti che li usano per generare utili nella speculazione finanziaria internazionale. Cosa che non sarebbe potuta succedere senza la conversione in euro.
Il risultato economico sarà una riduzione della copertura economica del provvedimento.
Il governo Draghi ha deciso di porre fine al meccanismo della cedibilità dei crediti fiscali, obbligando i beneficiari dei bonus a convertirli subito in euro presso le banche.
Si tratta di una decisione che porterà inferiori benefici all’economia italiana che consentirà nei prossimi anni al Ministero dell’Economia di porre fine alla misura, dichiarando che non è economicamente sostenibile, senza spiegare che l’insostenibilità deriva proprio dagli ostacoli posti alla cedibilità dei crediti fiscali ed alla possibilità di utilizzarli come forma di pagamento parallela all’euro. 

La quarta cosa che ha fatto il governo è di farcire il provvedimento della solita burocrazia (anche un po’ più del solito), richiedendo molta carta sulle questioni formali, senza predisporre adeguati controlli sostanziali, il che ha portato da un lato alla limitazione degli interventi a causa della troppa documentazione da produrre e dall’altro a soggetti che hanno saputo approfittare della situazione per intascare indebitamente (ad esempio senza neppure fare i lavori di ristrutturazione) i bonus, convertirli in euro e portarli nei soliti paradisi fiscali.
A questo punto il governo approfitta dell’occasione per dichiarare che la misura dei bonus fiscali nell’edilizia ha portato a frodi per oltre 4 miliardi di euro, facendo intendere che si tratti di una perdita per lo Stato, per cui sarebbe meglio porre fine a questo tipo di provvedimenti.
In realtà le truffe sono state causate dai mancati controlli, mentre la concessione di crediti fiscali, come spiegato sopra, al governo non costa nulla, a patto che sia garantito il meccanismo di cedibilità.

 

Abbiamo analizzato più a fondo le decisioni, chiaramente sbagliate, del governo relativamente alla misura economica di più successo degli ultimi 20 anni (almeno), che conseguiranno l’obiettivo di ridurre l’efficacia della misura e di porvi fine non appena possibile, nonostante tutti gli operatori del settore ne chiedano il mantenimento.
E stiamo parando del governo “tecnico dei migliori” di San Mario Draghi, osannato quotidianamente da tv e giornali.
A questo punto dobbiamo chiederci se tali errori siano causati da una effettiva incapacità dei tecnici che operano nel governo o se, invece, siano causati da una deliberata volontà di danneggiare l’economia italiana, chiaramente a vantaggio di altri che già negli ultimi 20-30 anni, sono arrivati dall’estero a fare man bassa delle imprese del nostro paese.
A questo punto si spiegherebbe meglio quanto evidenziato nelle premesse dell’articolo ovvero il fatto che da troppi anni in Italia siamo governati da tecnici dell’economia che non hanno le competenze o che operano negli interessi di poteri finanziari internazionali, ai danni del nostro popolo che, infatti, si impoverisce sempre di più.
E il fatto che tv e giornali continuino a non accorgersi di tutti questo è solo una prova di più di quanto tv e giornali non siano uno strumento di informazione per il popolo, ma uno strumento di copertura degli interessi economici di pochi, ai danni di molti.

 

Di Davide Gionco

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