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Terza guerra mondiale: a furia di evocarla…

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Non passa giorno che qualcuno non evochi il rischio di una terza guerra mondiale. L’ultimo a farlo è stato Zelensky, paventando  la possibilità che l’eventuale fallimento dei negoziati con Putin provochi il conflitto più devastante tra Nato e Russia.

È pesante il clima che si sta affermando nel mondo, un’atmosfera che ci avvicina al periodo più pericoloso della guerra fredda, quando si temeva continuamente l’incidente fatale, cioè la scintilla capace di innescare la deflagrazione nucleare. Con l’inquietante differenza che prima, al tempo della contrapposizione Usa-Urss, gli ideologismi contrapposti erano neutralizzati dal realismo politico prevalente nelle alte sfere dell’Ovest come pure dell’Est. Mentre oggi viviamo in un tempo di messianismi sfrenati, di apocalittiche all’ingrosso, di diffuse e paranoiche ossessioni.

A destare le maggiori preoccupazioni non è infatti solo il protarsi e l’incrudelirsi del conflitto, ma sono soprattutto i diffusi toni da crociata. Gli Usa rappresentano il presidente russo alla stregua di un Gheddafi o di un Saddam Hussein, come se fosse il dittatorello di uno “Stato canaglia” e non (come è) il leader della seconda potenza militare della Terra, detentrice di uno spaventoso arsenale nucleare. L’influente politologo bulgaro, Ivan Krastev, ha dipinto  in forme caricaturali il capo del Cremlino in una intervista al “Corriere della Sera”: «È noto che Putin ha passato ore a guardare e riguardare gli ultimi minuti di vita di Gheddafi. Quel video in cui veniva preso e messo a morte. Ci dice qualcosa del suo umore apocalittico. È chiaro che si identifica con Gheddafi». Psicanalisi a distanza o auspicio dei circoli atlantici?

A complicare le cose ci si è messa di mezzo anche Carla Del Ponte, l’accusatrice di Milosevic del Tribunale internazionale. La procuratrice globale per eccellenza ha minacciato Putin di finire davanti alla Corte penale mondiale. Di tutto c’è bisogno, in questo momento, meno che di certi annunci da Armageddon giudiziaria. Come pure non s’avverte il bisogno delle concioni in videoconferenza di Zelensky davanti ai Parlamenti occidentali. Iniziative volte solo a fomentare l’opinione pubblica e di prepararla alla guerra, anche se poi ci scappa spesso la gaffe, come l’altro giorno alla Knesset, quando il presidente ucraino ha paragonato l’intervento militare nel suo Paese alla Shoah, un improprio accostamento che ha suscitato lo sconcerto  degli israeliani.

Non possiamo d’altra parte prevedere gli esiti neanche del messianismo opposto, quello putiniano, ispirato al mito della Terza Roma, Mosca erede di Bisanzio. A ispirare questa idea di grandezza metastorica sarebbe in particolare il consigliere spirituale del presidente russo, Tichon Shevkunon, vescovo della Chiesa ortodossa russa. Comunque sia, non appare, quello della Terza Roma, un mito rilanciato arbitrariamente, perché in qualche modo funzionale, oggi più che mai, all’idea dell’identità russa come identità imperiale, nel senso che la Russia riesce a pensarsi solo come impero dello spazio eurasiatico. Il concetto di Stato nazionale occidentale, scaturito dalla pace di Vestfalia, è sostanzialmente estraneo alla mentalità di Putin e dei suoi connazionali.

Quello che c’è da temere, al dunque, è uno scontro tra i messianismi riemersi con la fine della guerra fredda. La soluzione è, da sempre, la stessa: la ripresa del realismo politico. Il problema oggi è che la politica della massima potenza dell’Occidente, gli Usa, soprattutto dopo l’ascesa di Biden, non è ispirata dal solido realismo conservatore ma dall’ideologismo progressista. L’ha spiegato molto bene il politologo dell’università di Harvard, Stephen Walt, in un articolo uscito  su “Foreign Policy” pochi giorni prima dell’intervento russo in Ucraina: «Se gli Stati Unti e i loro alleati europei non avessero ceduto all’arroganza, all’illusione e all’idealismo liberal, e si fossero invece affidati alle intuizioni fondamentali del realismo, la crisi attuale non si sarebbe verificata. Infatti, la Russia non avrebbe mai preso la Crimea, e l’Ucraina sarebbe più sicura oggi. Il mondo sta pagando un prezzo alto per aver fatto affidamento su una teoria errata della politica mondiale».

Non si può nemmeno immaginare quello che accadrebbe se un aereo Nato abbattesse un aereo russo. O viceversa. Certo è che la prima condizione per impedire che dalla nuova  guerra fredda si passi a una inedita guerra calda è abbassare la temperatura delle parole. E sperare che il sano principio di realtà torni a prevalere sull’immaginazione perennemente eccitata dall’ideologia.

 

 

 

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