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Armi nucleari, cade il tabù: alcune ipotesi da incubo

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Si parla oggi con inquietante disinvoltura della possibilità che la guerra in Ucraina sfoci nel ricorso alle armi nucleari. A inquietare è soprattutto la caduta del tabù.

Se al tempo della guerra fredda, in particolare dopo la crisi di Cuba, l’ipotesi atomica era ammessa solo in via teorica, visto che le superpotenze si guardavano bene dall’alludervi nelle dichiarazioni ufficiali, oggi la si considera invece una eventualità, sì, “estrema” ma, in quanto tale, comunque possibile.

L’ultima dichiarazione è venuta dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha affermato che la Russia potrebbe ricorrere ai missili nucleari solo se la sua esistenza «dovesse essere minacciata». Sia detto per inciso, Peskov ha fatto una simile affermazione nel corso di una intervista rilasciata a Christiane Amanpour, la famosa giornalista della Cnn che qualcuno considera una sorta di uccello del malaugurio (o un’astuta provocatrice): vale la pena ricordare che fu proprio un suo servizio, sempre per la Cnn, su un “massacro” compiuto dai serbi a Racak, in Kosovo, (poi tutto si rivelò una macabra messinscena) a dare il pretesto a Bill Clinton per ordinare il massiccio bombardamento della Serbia nel 1999.

È plausibile che la caduta del tabù delle armi  nucleari rientri nella guerra piscologica che gli apparati militari-mediatici dell’Occidente stanno conducendo contro la  Russia (in questa forma di guerra rientrano anche le “indiscrezioni” ogni tanto diffuse sullo stato mentale e di salute di Putin).

Speriamo che un simile gioco non duri ancora a lungo perché si tratta di un gioco pericoloso. E ce lo dimostra il nervosismo che sta crescendo nel Paesi Nato dell’Est europeo, i primi ad essere direttamente coinvolti da un eventuale ricorso alle armi atomiche.

Ma, oltre alla psico-guerra, c’è anche un motivo, per così dire, “tecnico” alla caduta del tabù: la disponibilità oggi, sia negli arsenali americani sia in quelli russi, di bombe nucleari a bassa distruttività (circa la metà della capacità di devastazione dell’ordigno lanciato su Hiroshima) potrebbe spingere i vertici politico-militari dell’una o dell’altra parte a considerarne il possibile impiego  nel caso di un’escalation in Ucraina.

È l’ipotesi formulata dal “New York Times”, che comunque mette in guardia da una simile eventualità disegnando uno scenario da incubo: «La loro natura meno distruttiva (delle bombe  n.d.r.) può alimentare l’illusione del controllo atomico quando in realtà il loro uso può improvvisamente sfociare in una vera e propria guerra nucleare. Una simulazione ideata da esperti dell’Università di Princeton inizia con Mosca che spara un primo colpo di avvertimento nucleare; la Nato risponde con un piccolo attacco e la guerra che ne segue provoca oltre 90 milioni di vittime nelle prime ore».

Il problema è anche che le bombe atomiche “piccole” non sono di fatto “censite”, per cui non sappiamo quante siano nella effettiva disponibilità delle potenze nucleari. «Nessun trattato di controllo degli armamenti regola –si legge ancora sul NYT-  le testate minori, note a volte come armi nucleari tattiche o non strategiche, quindi le superpotenze nucleari ne creano e ne schierano quante ne vogliono».

Al tempo della guerra fredda, gli strateghi americani elaborarono la teoria del “first strike”, cioè di un attacco a sorpresa, capace di annichilire le capacità di risposta della potenza nucleare avversaria. Fortunatamente si trattò solo di un gioco: la tentazione di trasformarlo in realtà era pressoché inesistente, visto che ovunque si rispettava il principio dell’equilibrio del terrore (o dissuasione reciproca) e nessuno in definitiva si sentiva onnipotente.

Oggi il gioco dell’Apocalisse continua, anche se sotto altre forme. Però non sappiamo che cosa passi veramente per la testa dei vertici politico-militari. Non solo dell’Est, ma anche dell’Ovest. Certo non rassicura il pensiero che il territorio Usa, nazione leader del Patto atlantico, è quello in definitiva meno esposto ai missili nucleari russi a corto raggio. Quindi la spinta a un’escalation (sulla pelle altrui)  potrebbe essere maggiore.

Ma più di tutte inquieta l’osservazione che il sano realismo dominante al tempo della guerra fredda sia oggi sostituito da un’idea potenzialmente devastante: ogni conflitto pensabile sulla scena internazionale non sarebbe un conflitto tra interessi geopolitici contrapposti ma una escatologica battaglia tra le forze del Bene e quelle del Male. Aiuto.

 

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