Più che di scacchi – un gioco che richiede strategia, capacità di analisi e pazienza, tanta pazienza, nel quale eccellono i cinesi – Vladimir Putin sembra un giocatore di poker, sempre pronto ad alzare la posta e rischiare il tutto per tutto pur di vincere. La sua ultima iniziativa – imporre il pagamento delle forniture di gas all’Europa in rubli, anziché in euro o dollari – è la classica mossa da all in, che se funziona potrebbe dargli la possibilità di aggirare le sanzioni e dare ossigeno alla Borsa di Mosca, ma se fallisce comporterà una fuga precipirosa dei clienti europei e il crollo forse definitivo dell’economia russa.
Per chi se lo sta ancora chiedendo confermiamo che no, ovviamente non è legale imporre il pagamento del gas con una valuta diversa da quella prevista nel contratto. Ma siamo in guerra, e ormai l’unica legge in vigore è quella della giungla.
Ora bisognerà capire se gli altri giocatori sono disposti a vedere il bluff di Putin – che ormai è tenuto in piedi solo dal gas che l’Europa continua a comprargli – e rifiutare il diktat per vedere se davvero Gazprom chiuderà i rubinetti, mandando sì l’Europa in recessione, ma pure la Russia in default, oppure se preferirà ritirarsi e accettare di pagare le bollette in rubli pur di non rischiare di perdere delle forniture indispensabili a far funzionare impianti e macchinari.
Per ora i mercati sembrano scommettere su una vittoria di Putin, almeno per questa mano, tanto che il cambio tra dollaro e rublo è sceso velocemente da 112 a 107, mentre quello con l’euro da 103 a 97,75 (mentre il prezzo del gas si impennava di nuovo, schizzando in su con un +34%). Ma questa mossa potrebbe comunque costare cara allo zar, perché sta convincendo anche i paesi più morbidi e dipendenti dalle forniture di Mosca che è fondamentale liberarsi prima possibile di Putin, trovando approvvigionamenti alternativi in Africa e in Asia. Lo ha chiaramente spiegato ieri il ministro del Mise Giancarlo Giorgetti: “Se riusciamo a emanciparci dal gas russo per Putin è finita, però ci vuole tempo”.
Tempo che rischia per ora di essere impiegato nella caccia di rubli, valuta non esattamente pregiata e di non agevolissima reperibilità sui mercati. Di fatto la disponibilità di questa moneta è interamente nelle mani della banca centrale russa, che se riuscisse a “piazzare” qualche miliardo di rubli potrebbe contenere l’inflazione che già si è mangiata buona parte dei risparmi dei russi, almeno di quei pochi che sono riusciti negli anni a mettere qualcosa da parte. E soprattutto darebbe a Putin risorse fondamentali per proseguire la guerra agli ucraini, che difficilmente resisteranno con lo stesso vigore mostrato nel primo mese di conflitto.
Tutto bene per il regime russo dunque? Non proprio. Gazprom è – per ora – una società internazionale, che per funzionare a dovere ha bisogno di valuta accettata sui mercati internazionali, quindi dollari o tutt’al più euro, anche per pagare i suoi debiti. Pochi giorni fa ne ha dovuto rimborsare uno per 1,3 miliardi di dollari; ci è riuscita solo perché aveva ancora dollari in cassa. Rinunciando ai dollari in cambio di rubli Putin si concede insomma un po’ di respiro nel breve termine, ma rischia di affossare in maniera definitiva le sue aziende zavorrandole con una valuta che fuori dalla Russia vale poco più dei soldi del Monopoli.



