Putin minaccia di chiudere i rubinetti del gas ma l’Occidente è già pronta a vedere il bluff

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“State fermi o mi sparo”. Potrebbe essere riassunta così l’ennesima minaccia di Vladimir Putin all’Occidente, che per rimpinguare con i rubli le casse dello Stato ha annunciato all’Europa che da giovedì in poi il gas andrà pagato non più in dollari o in euro – ormai difficilmente utilizzabili a causa delle sanzioni – ma nella valuta locale, pena l’interruzione delle forniture.

Ma i leader mondiali sono andati subito a vedere il bluff di Putin, che non potrebbe tirare avanti una settimana senza le entrate garantite dalla vendita del gas, l’unico prodotto che il paese sia in grado di esportare. Parliamo di un miliardo di euro al giorno, cruciale non solo – purtroppo – per finanziare la guerra in Ucraina ma pure per effettuare le spese giornaliere indispensabili per contenere il disagio vissuto dalla popolazione a causa dell’isolamento dell’economia russa. Dal G7 è stato detto ieri che la richiesta è inaccettabile nonché la prova definitiva che lo zar “si trova con le spalle al muro”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, pur con toni più misurati, l’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi, in queste settimane sguinzagliato da Draghi su e giù per l’Africa per assicurare all’Italia forniture alternative. Quella proposta dal leder russo è “Una strada impercorribile, non disponiamo di rubli. Per cambiare i contratti bisogna sedersi al tavolo e aprire nuove contrattazioni”.

Persino la Germania, finora cauta fino all’ignavia nel fronteggiare Putin sul gas, necessario a far funzionare la macchina produttiva tedesca, è stata stavolta netta. Il ministro dell’Economia Robert Habeck – che fa da portavoce del G7 avendo Berlino la presidenza di turno – ha addirittura intimato alle aziende coinvolte dal ricatto di “non rispondere alla richiesta di Putin”, reo di tentare di dividere il fronte occidentale. A queste parole hanno fatto eco oggi quelle dell’Unione Europea, che ha risposto serafica tramite il portavoce della Commissione Europea per l’Energia Tim McPhie: “La nostra posizione è quella del G7: i partner concordano sul chiedere alle compagnie di non accettare questa richiesta”. Richiesta che, semmai, incoraggia l’Ue ad abbandonare le forniture russe prima possibile: l’intesa annunciata la settimana scorsa per aumentare le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti rappresentano infatti “un passo per liberarci della dipendenza dal gas russo”.

Un altro fronte, ancora frammentario, sembra si stia però formando in risposta, ed è quello composto dal “resto del mondo”, che più che a sostenere la Russia è interessato a comprare a prezzo di saldo il metano che l’Occidente non vuole più. Il guaio però è che Putin non sa come far arrivare il suo prodotto a questi paesi, perché quasi tutti i suoi gasdotti puntano sull’Europa. Se giovedì deciderà davvero di chiudere i rubinetti in direzione ovest, non potrà farlo verso est. L’impressione è che Vladimir non sia ancora convinto dell’unità europea contro di lui e voglia provare a creare una breccia; finora però l’unico leader che è sembrato disposto a seguirlo è stato Orban, ottenendo come unico risultato la rottura del cosiddetto gruppo di Visegrad, con la Polonia che si è affrettata a rientrare a pieno titolo tra i paesi filoeuropeisti e convinti difensori della Nato. Un po’ poco per l’uomo che voleva tornare ai fasti dell’URSS.

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