Abramovich, chi vuole avvelenare le trattative “Russia-Ucraina”?

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Chi ha cercato di avvelenare Abramovich e perché? Roman Abramovich è un noto oligarca russo, con cittadinanza israeliana, portoghese e lituana, proprietario del Chelsea dal 2003.

Qualche giorno fa era in Turchia ad Istanbul come membro della delegazione russa, per prendere parte ai negoziati tra russi ed ucraini. Gli ucraini hanno puntato molto su di lui per fermare la guerra in corso e questo è un elemento di una certa importanza.
Durante la sua permanenza ad Istanbul avrebbe accusato malori e sintomi di avvelenamento. Secondo il ben informato sito inglese “Bellingcat” non si tratterebbe di novichok, come occorso a Skripal e Navalny, ma di un altro agente chimico in piccole proporzioni e con tossine non fatali, “probabilmente a base di porfirina, organofosfati o un composto biciclico”.

La tesi sostenuta dal Wall Street Journal e citata da Repubblica in un lungo reportage del 29 marzo, è quella più gettonata dal mainstream. Sono stati i russi ad avvelenare Abramovich, per intimorire i negoziatori, ribaltare il tavolo e far deragliare i tentativi di pace. D’altronde i russi sono soliti avvelenare i loro avversari politici. Questo trattamento lo avrebbero infatti riservato ad Alexei Litvinenko con il polonio e Serghei Skripal con l’agente novichok, ex spie russe, nonché al dissidente Alexei Navalny sempre con il novichok, ma anche all’ex presidente ucraino Yushenko, gonfiato di diossina e alla stessa giornalista Anna Politkovskaya avvelenata nel 2004 prima di essere uccisa a colpi di arma da fuoco due anni dopo. Peraltro, sembra che altri negoziatori ucraini abbiano sofferto sintomi di avvelenamento dopo un incontro a Kiev.

Ma, la tesi che attribuisce ai russi la paternità dei presunti avvelenamenti non convince del tutto. Intanto, dal comportamento dei diplomatici russi non emerge, almeno per ora, l’intenzione di sabotare i negoziati di pace. Anzi, il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha accusato gli americani di manovrare Zelensky in modo tale da impedirgli di raggiungere un accordo con la Federazione Russa.
Poi, secondo l’analisi di Carlo Locatelli, responsabile del Centro antiveleni e del Centro nazionale di informazione tossicologica dell’Irccs Maugeri di Pavia, “i sintomi riferiti da Abramovich sono un qualcosa che complessivamente non è caratteristico di nessuna sindrome classica” di avvelenamento. Secondo Locatelli, insomma, Abramovich non sarebbe stato neanche avvelenato, anche se – ironizza il sanitario – riconoscere un avvelenamento “non è facile. Altrimenti noi non serviremmo”.

Un giallo nel giallo. Se di avvelenamento si è trattato, è stato molto blando. Un semplice avvertimento di tipo mafioso?

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