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Processo a Putin? Sarebbe un errore: per tre motivi

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Siamo tutti inorriditi dalle immagini dei civili massacrati a Bucha. Ma invocare il processo a Putin, come ha fatto Biden, è un errore. Un’eventuale iniziativa del Tribunale Internazionale non porterebbe da nessuna parte. Anzi complicherebbe non poco le cose, sia per il presente dell’Ucraina sia per il futuro dell’ordine internazionale.

Giusta e legittima l’indignazione di fronte all’orrore ed è del tutto normale augurarsi una punizione esemplare per i responsabili degli eccidi commessi nella cittadina vicino a Kiev. È una reazione a caldo, del tutto comprensibile nell’opinione pubblica. Assai meno comprensibile, questa reazione, lo è al massimo livello politico, cioè quello di Biden, dove anche le virgole sono pesanti. «Putin è un criminale di guerra. Va processato», ha detto il leader della prima potenza mondiale. È strano che nessun commentatore abbia finora alzato il ditino per contestare l’inquilino della Casa Bianca. Va bene l’emozione per gli orrori di Bucha, ma un serio e razionale analista dovrebbe almeno rilevare tre errori nell’affermazione di Biden. Vediamo di illustrarli sinteticamente.

Primo: è un errore politico. Reclamare il processo a Putin rende ulteriormente difficili i già problematici negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina. E questo perché offrirebbe altri alibi ai falchi del Cremlino per affermare che il vero obiettivo dell’Occidente e della Nato non è quello di fermare il conflitto, ma quello di rovesciare Putin e instaurare un altro regime in Russia. Che cosa vuole allora l’Occidente “profondo”? Raggiungere una pace con l’unico strumento possibile, cioè quello politico, oppure realizzare l’obiettivo morale della “giustizia” universale punendo il “reprobo” con lo strumento processuale? È una distinzione assai poco chiara agli occhi della cultura liberal americana, quella cui appartiene Biden, che confonde disinvoltamente etica e politica. O che, per meglio dire, persegue obiettivi politici, di potenza, con il paravento dell’etica e dell’umanità, come fu al tempo della guerra “umanitaria” in Kosovo. «Chi dice umanità vuole ingannarti», affermò Carl Schmitt riprendendo una massima  di Pierre-Joseph Proudhon.

Secondo: è un errore giuridico. Per un processo a Putin da parte di un Tribunale internazionale vale la stessa obiezione che il giurista liberale Hans Kelsen sollevò al tempo del processo di Norimberga: è desiderio di giustizia o non piuttosto una voglia di vendetta dei vincitori sui vinti? A Norimberga si processarono soltanto i crimini dei nazisti. Perché non si processarono anche i crimini commessi dagli Alleati? Dove fu, al dunque, la terzietà di quella Corte? Lo stesso discorso vale oggi per l’Ucraina. Siamo sicuri che anche i militari di Kiev non abbiano commesso crimini? E siamo sicuri che, in tal caso, verrebbero giudicati?

C’è poi un argomento più tecnico. La Russia non ha aderito alla convenzione internazionale che istituito la Corte penale internazionale (Cpi). Quindi Putin non potrebbe essere giudicato dal Tribunale dell’Aja. Per mandarlo alla sbarra, bisognerebbe istituire un Tribunale speciale, come nel caso dei crimini commessi nella ex Jugoslavia. Ciò fu possibile solo attraverso una decisione unilaterale del Consiglio di sicurezza dell’Onu, decisione di per sé già dalla dubbia legittimità giuridica. Si dà inoltre il caso che la Russia sia membro permanente, con diritto di veto, di tale organismo. Come minimo, ci troveremmo davanti a un serpente che si morde la coda.

Terzo: è un clamoroso autogol per gli Usa. Non solo la Russia, ma anche gli Stati Uniti non hanno aderito al trattato che ha istituito la Cpi. E ciò davvero non stupisce, dal momento che gli Usa, sempre per motivi “etici”, vanno scatenando guerre da trent’anni nel mondo, dalla Somalia, all’Afghanistan, all’Iraq. Lascia allora sbalorditi la pretesa di far giudicare qualcuno da una Corte di cui per primi, per motivi di convenienza, non si riconosce la legittimità. Come incoerenza non c’è male. Ed ha avuto buon gioco la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zacharova, di commentare sarcasticamente: «Ottima idea questa del processo. Possono iniziare con i bombardamenti della Jugoslavia e l’occupazione dell’Iraq. Quando hanno finito  possono passare alle bombe nucleari sul Giappone». Reclamare la punizione per gli altri e l’impunità per sé è un arbitrio che neanche la Superpotenza globale si può permettere.

 

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