In Cina la lotta al Covid è ferma al 2020, ed è una brutta notizia per tutti

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E chi glielo dice ai filocinesi di casa nostra, quelli che “a Pechino tirano su un covid hospital in due giorni, trovano un vaccino in tre mesi, immunizzano cinquanta milioni di persone in una giornata”? Beh, sarà pure tutto vero ma sta di fatto che quasi due anni e mezzo dopo l’inizio dell’epidemia la Cina, che pure è il paese dal quale tutto è partito, vive ancora come se fossimo nel febbraio 2020.

Mentre l’Europa, tra mille difficoltà e qualche retromarcia, è tornata a una vita tutto sommato normale, A Guangzhou, “cittadina” più o meno sconosciuta agli occidentali che ospita però 18 milioni di abitanti, sono state chiuse le scuole e sigillate le strade; per lasciare la città serve un documento che attesti una precisa necessità oltre ovviamente a un tampone negativo. E nella modernissima Shanghai va pure peggio: ancora si tira avanti in regime di lockdown totale, con i droni che svolazzano lungo le strade deserte per ordinare alla popolazione di non uscire e di non affacciarsi ai balconi (perché non sia mai che qualcuno ne approfitti per urlare qualche slogan contro il governo e la sua disastrosa gestione della pandemia). E i positivi, anche quelli che hanno poco più di un raffreddore, vengono prelevati e portati nei famigerati “centri Covid”, anche se si tratta di bambini. D’altra parte persino il quotidiano ufficiale – e quindi filogovernativo – China Daily si è abbandonato a qualche timida critica, commentando che le misure prese a Shangai sono “lontane dall’essere perfette” e riportando che tre funzionari cittadini sono stati licenziati per non aver gestito al meglio l’emergenza.

Un po’ come la guerra in Ucraina ha svelato impietosamente la grottesca impreparazione dell’esercito putiniano, la battaglia contro il coronavirus ha mostrato al mondo che la Cina è un paese incapace di gestire emergenze su scala globale. Il presidente Xi Jinping sembra essersi incaponito con una strategia – quella dell’azzeramento dei contagi tramite immediati e totali lockdown che appare ormai da tempo superata, ma la realtà è che non ha alternative, perché la popolazione non è immunizzata (i vaccini cinesi pare siano del tutto inefficaci) e soprattutto il sistema sanitario è praticamente inesistente, destinato solamente alla piccola percentuale di cittadini benestanti che possono permettersi di pagarsi le cure. Quindi la soluzione più economica è tenere tutti in casa per evitare al virus di diffondersi, ma questo sistema funziona poco e male con una variante – la Omicron – non molto letale ma contagiosissima.

Il problema è che ormai, per colpa della benedetta globalizzazione, quello che è un problema a Pechino lo è anche a Roma, Parigi, Anversa, Los Angeles. Con le fabbriche e i porti chiusi Europa e Stati Uniti stanno ricominciando a soffrire della mancanza di semilavorati e prodotti finiti che lasciano i negozi mezzi vuoti e gli impianti inattivi, causando un ulteriore innalzarsi dell’inflazione. Una soluzione potrebbe essere trovata solo se europei, americani e cinesi si sedessero a un tavolo per concordare una strategia comune, ma la guerra in Ucraina ha di fatto congelato i rapporti con Pechino, costretta a rispettare almeno formalmente l’alleanza di ferro che Putin è riuscito a strappare in previsione dell’invasione. Un altro segno, insieme al pasticcio sulla risposta al Covid, che mostra come pure gli infallibili cinesi siano in grosse difficoltà quando non solo loro a guidare gli eventi.

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