È assai improbabile che Vladimir Putin possa essere stato, anche solo minimamente, turbato dal “vaffa” rimediato da Damiano dei Maneskin durante il concerto al Coachella Festival, l’altra sera in California. È anzi probabilissimo che il presidente russo abbia reagito con divertimento alla “provocazione” del frontman della band italiana.
Roba da non crederci. Immaginate, non solo Putin, ma anche qualsiasi cittadino russo con il figlio al fronte, oppure immaginate gli ufficiali e i soldati apprtenenti ai più feroci reparti siberiani o ceceni, immaginate insomma chi è immerso fino al collo nella tragedia della guerra, vedersi sbeffeggiare da un tizio in borchie, mutandoni e calze a rete. Sai le risate.
In realtà, a dirla tutta, è probabile che sia a Damiano sia al resto dei Maneskin, non importi granché né di Putin né della guerra in Ucraina. A loro interessa solo gratificare l’onda prevalente nelle società occidentali, grazie al loro miscuglio tossico di dissoluzione morale e gender psichedelico condito in salsa heavy metal. Oggi quest’onda si dirige contro Putin e contro la Russia. E loro si adeguano. Dopo aver accontentato la galassia Lgbt, oggi i Maneskin gratificano i generali del Pentagono.
Come operazione immagine non c’è male. Di tutto però si può parlare meno che di “ribellione” oppure di “coraggio” , come ha fatto il “Corriere della Sera”, con retorica dozzinale, per difendere Damiano dalla valanga di critiche che gli è piovuta addosso via social, segno, quest’ultimo, che una parte pubblico sa ancora distinguere tra la vera provocazione e il conformismo travestito da “trasgressione”. Ma quale “coraggio”, ma quale “ribellione”, i Maneskin sono i furbetti del concertino che si vogliono accreditare come menestrelli del politically correct.
Poi c’è da aggiungere che non tutte le critiche sono apparse centrate. Assai poco originale è risultata ad esempio quella di chef Rubio, il quale ha invitato Damiano a occuparsi dei palestinesi piuttosto che attaccare Putin. Al che il cantante ha risposto ordinando una «doppia salsiccia», alludendo beffardamente alla professione di Rubio (il nome vero è Gabriele Rubini). E questi ha controreplicato accostando il frontman dei Maneskin ai soliti «leghisti, fascisti, sionisti». Non ci rimane che sbadigliare.
Anche questo accade nell’Italia di oggi: una star dei concerti e una star dei fornelli che discutono di geopolitica. A suon di banalità.



