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La ’ndrangheta a Roma, la geometrica potenza del capitale criminale

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La ’ndrangheta a Roma ha il volto tranquillo di un patriarca fotografato con le figlie a un tavolo di ristorante: Vincenzo Alvaro, specializzato in investimenti di capitale in un’infinità di attività legali, tra le quali spicca proprio la ristorazione.

Secondo la procura, Alvaro sarebbe a capo, insieme a un altro personaggio, Antonio  Carzo, di una vera e propria ‘ndrina romana, la prima costituita nella capitale. L’operazione “Propaggine”, coordinata dalle Direzioni distrettuali antimafia di Roma e Reggio Calabria, ha portato all’arresto di un’ottantina di persone

Il fatto che ha dato origine all’inchiesta è clamoroso e inquietante, perché neanche Cosa Nostra ha mai pensato di  fondare una cosca nella Città Eterna, preferendo servirsi di fiduciari e amici vari per curare i propri interessi nella capitale. Così aveva fatto anche la ‘ndrangheta fino al 2015. Proprio in quell’anno viene invece costituita la prima unità operativa dell’organizzazione criminale, una vera e propria filiale che porta direttamente l’attacco ’ndranghetista nella metropoli dove sorgono i palazzi del potere politico.

Il motivo deve essere in qualche modo collegato al vuoto di potere criminale che si apre a Roma a seguito della forte pressione giudiziaria e investigativa che, dalla metà del decennio passato, comincia a essere esercitata contro le quattro organizzazioni che si spartiscono la città (Casamonica, Senese, Fasciani, Carminati). La nuova ‘ndrina non punta però al controllo del territorio: il suo obiettivo principale, accanto alle tradizionali attività criminali, è quello di infettare in modo sempre più pervasivo il tessuto economico della capitale. Finiscono nelle grinfie degli ’ndraghetisti, ristoranti, bar, pasticcerie, pescherie e le più diverse attività commerciali.

Proprio Alvaro appare, ai boss che tirano le fila dell’operazione dalla provincia di Reggio Calabria, la persona giusta per questo tipo di impresa: in passato era stato proprietario del Café de Paris in via Veneto, poi sequestrato nel 2009.

A Curzo spetterebbe invece il compito di custodire, per così dire, i sigilli del potere ‘ndranghetista, cioè di rappresentare a Roma l’ “autorità” delle famiglie calabresi. Non è un uomo d’affari ma un uomo d’azione. S’è fatto anni di carcere duro. Avrebbe la funzione di rimuovere “manu militari” eventuali ostacoli all’affermazione dell’organizzazione . Gli inquirenti gli attribuiscono quest’affermazione: «Siamo una carovana per fare una guerra». Come a dire: guai a chi prova a fermarci.

Ma, al di là del timore per l’ordine pubblico, quello che stupisce e spaventa nella ’ndrangheta sbarcata a Roma  è la sua notevole capacità di mobilitare ingenti “risorse umane”, tanti colletti bianchi che si mettono al servizio dei boss.

A ciò si aggiunga il fatto che, la grande liquidità di cui dispone, consente all’organizzazione criminale di sfruttare a proprio vantaggio i momenti di difficoltà sociale. Come avvenuto durante il lockdown, quando la ‘ndrangheta ha fatto incetta di attività commerciali.

L’apertura di questa grande botola di illegalità a Roma è un campanello d’allarme sulla geometrica potenza del capitale d’origine criminale e sulla sua notevole capacità di corruzione dell’economia. Soprattutto in questi tempi di crisi, non solo economica ma morale. Tempi di troppe aziende che chiudono e di troppe coscienze che marciscono.

 

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