Per pagare il gas in rubli l’Eni tenta il trucco dei due conti

giovedì, 19 Maggio 2022
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Questa notizia se non altro farà felici – o disorienterà – i filorussi italiani: l’Eni, una delle aziende simbolo dei poteri forti italiani, finora considerata vicinissima al premier atlantista Draghi, ha annunciato di aver aperto due conti, uno in euro e uno in rubli, per aggirare le sanzioni UE e pagare, come richiesto da Putin in spregio ai vecchi contratti, il gas in rubli.

La risposta della Commissione non si è fatta attendere: il portavoce Eric Mamer ha spiegato che “l’apertura di un conto in rubli supera le indicazioni che abbiamo dato agli Stati membri”, i quali sono obbligati a “far rispettare le sanzioni”. L’azienda italiana per ora se l’è cavata spiegando che l’apertura dei conti è da considerarsi “temporanea” e che in ogni caso la decisione è stata presa dopo una serie di chiarimenti con il governo. Il quale dimostra quindi di essere molto meno rigido sulla risposta alla Russia di quanto il premier non abbia fatto credere in questi giorni, soprattutto durante il viaggio a Washington della scorsa settimana.

 

Ma come funziona il sistema dei due conti? Si tratta di un trucco che richiede qualche passaggio ma è molto semplice da capire: l’Eni versa il saldo del suo pagamento sul conto in euro, formalmente rispettando il divieto di pagare in rubli, ma poi gli euro vengono scambiati dalla stessa Gazprombank alla Borsa di Mosca, e infine la banca accredita i rubli nel secondo conto dell’Eni, trasferendo la somma in rubli a Gazprom. Il tutto senza chiedere alcun intervento della Banca centrale russa, che essendo sotto sanzioni ha una capacità di manovra limitata. È un sistema di comodo, che permette alle aziende occidentali di salvare la faccia piegandosi di fatto alle minacce dello Zar; tanto da consentire alla nostra compagnia petrolifera di rispondere con un comunicato dai toni piccati ai rilievi della Commissione: “La decisione, condivisa con le istituzioni italiane – si legge nella nota – è stata presa nel rispetto dell’attuale quadro sanzionatorio internazionale”. Insomma, se non vi sta bene il nostro modo di agire cambiate le linee guida in maniera di sanzioni, scrivendone di più chiare. D’altra parte lo stesso Draghi aveva criticato la vaghezza delle sanzioni approvate a Bruxelles parlando di “zona grigia” che di fatto consente al Cane a sei zampe di rispettare i diktat russi.

A tirare un sospiro di sollievo è soprattutto Putin, che non sarà costretto a tagliare le fondamentali forniture ai grandi paesi Ue (eh sì, perché all’Eni si sono accodate pure le tedesche Uniper e Rwe, la francese Engie e l’austriaca Omv) continuando a ricevere dal vecchio continente quel miliardo di euro al giorno fondamentale non solo per finanziare l’impegno bellico ma pure per tenere a galla l’economia del paese, che si prepara quest’anno ad affrontare un crollo del 12% del Pil. La decisione di chiudere i rubinetti a Bulgaria e Polonia, che garantivano un afflusso minimo alle casse del Cremlino, era solo una mossa demagogica; Putin non è più pronto a rinunciare ai clienti italiani, tedeschi e francesi di quanto siano questi a fare a meno del gas russo.

Questa conclusione, che sa un po’ di pantomima, era attendibile: l’Europa non è riuscita neanche ad accordarsi per fare a meno del petrolio, del quale c’è grande disponibilità e facilità di approvvigionamento (anche perché non viaggia tramite condutture, quindi si può comprare ovunque), figuriamoci il ben più prezioso gas. La prossima puntata della telenovela è prevista per fine maggio al vertice Ue straordinario indetto per parlare di guerra in Ucraina e politiche energetiche. Ma appunto, ci aspettiamo che parleranno e basta. Per le decisioni c’è sempre tempo.

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